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La morte di Ophelia

Ophelia” è «una poesia per un’amica, per la vita che lei non avrà più». Un cortometraggio di 15 minuti diretto da Annarita Zambrano, romana di nascita e parigina d’adozione, presentato quest’anno prima al Festival di Cannes e più tardi alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro.

Due bambini in riva al mare e una bellissima ragazza nuda da spiare. La morte che irrompe nell’atmosfera irreale della spaggia, la foresta a pochi passi, un paesaggio enorme e vuoto.

«Sì, “Ophelia” parla di morte — ci spiega la regsta — ma non volevo che risultasse perverso o morboso. Trovo che non sia giusto demonizzare la morte. Non perché non faccia soffrire, anzi, e nel film ho cercato proprio di esprimere una tristezza struggente per le cose perdute. Ma la vita è così. E la morte è semplicemente qualcosa che succede, sempre».

Dove si sono svolte le riprese e come hai scelto i tre protagonisti?
Ophelia è stato girato in quattro giorni a Contis, tra Biarritz e Bordeaux, in Aquitania, una regione che mi sta molto a cuore e nella quale avevo ambientato altri corti in passato: 300 chilometri di spiagge molto diverse da quelle a cui siamo abituati in Italia. I due bambini protagonisti Léo Castell e Django Desplain, giovanissimi surfisti nati e cresciuti in quei luoghi, sono stati la mia guida. Quella è la loro foresta, quello è il loro mare. La ragazza invece, Audrey Bastien, aveva già recitato per me in “Dans la cour des grands”. Qui l’ho scelta per il suo aspetto indefinito, non più adolescente e non ancora donna.

Come hai impostato il lavoro con la direttrice della fotografia Maura Morales Bergmann?
Abbiamo deciso di girare in pellicola 35 mm Scope, non per vezzo o per caso ma per necessità. Quella spiaggia è immensa, non puoi far altro che immaginarla in quel formato. E la durata ridotta del film, mantendendo basse le spese, mi ha consentito di farmi questo regalo.
Ho scelto di non usare la camera a mano perché temevo che l’effetto sarebbe stato meschino e avrebbe spostato sui movimenti di macchina la violenza che invece doveva restare solo nella storia. Ho preferito un decoupage pulito, ordinato e meticolosamente preparato anche se poi, sul momento, capitano sempre tanti imprevisti.

E il sonoro?
Il suono in Ophelia è molto importante, direi anzi che costituisce meta del film. Non c’è musica, per lo stesso motivo per cui non ho voluto la camera a mano, così quelli che ascoltiamo sono solo i suoni naturali. L’oceano, la duna, gli alberi, gli uccelli. Siamo in una foresta vera, la più grande foresta commerciale d’Europa. Che è bellissima ma fa anche paura.

Chi è l’autore della splendida locandina?
È l’illustratore Antonello Silverini. Collabora con me da cinque anni e riesce sempre a sorprendermi. Non gli do mai indicazioni troppo precise, in questo caso avevo chiesto qualcosa di onirico ma lui è andato oltre. Tra l’altro Antonello non usa mai il blu.

Il blu per “Ophelia” era stata una tua richiesta?
No, gli avevo solo chiesto di inserire il mare nella locandina e lui ha avuto l’idea di concretizzarlo nei capelli blu della ragazza. Per me è sconvolgente vedere qualcosa che nasce dal mio lavoro prendere forme così inaspettate e riuscire a darmi suggestioni nuove. Questa locandina me la chiedono tutti, più di una persona mi ha detto che vorrebbe proprio comprarla.

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