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La mostra in nero

Un film d’apertura che mettesse tutti d’accordo sembrava impossibile da trovare. Poi è arrivato Darren Aronofsky con “Black Swan” ed è subito applauso. Abbiamo incontrato il cast qui al Lido, appena dopo la proiezione del film, pronti per la prima conferenza stampa di una sessantasettesima che si preannuncia scoppiettante.

Un film d’apertura come “Black Swan” alza le aspettative dell’intera Mostra. Ma cosa ci può dire del film?
Darren Aronofsky: Innanzitutto è un onore essere scelti dal direttore della Mostra del Cinema di Venezia come film d’apertura, sono convinto che questo sia il festival dedicato al cinema più bello del mondo e si fa nella città più bella del mondo. E poi, lo vuole sapere? Ho dormito più ore in aereo venendo qui che durante i mesi di riprese del film. Quando giro un film faccio la fine dei miei personaggi: eroi che arrivano sempre all’apice delle loro emozioni e delle loro possibilità. Ovviamente non saprei dire come lo faccio, proprio perché lo faccio ed è il solo modo di lavorare che conosca.

Domanda d’obbligo subito dopo aver visto l’ottima interpretazione: per il ruolo da protagonista come si è preparata al film?
Natalie Portman: Ho incontrato Darren nel 2002 per parlare del film, c’è stato quindi un periodo di gestazione dell’opera. L’idea è diventata nel tempo quello che si può vedere nel film, ho avuto modo di digerirla. Prima delle riprese ho lavorato per sei mesi, cinque ore al giorno di danza e nuoto. È stata senza dubbio un’esperienza fantastica.

Come ha reagito quando il regista le ha parlato di un bacio con un’altra donna?
N.P.: Darren me ne ha parlato al nostro primo incontro, mi diceva che era come sentire una persona sexy dentro di me. E questa è stata un’esperienza che mi ha permesso di studiare me stessa, così da rendere forte l’impatto psicologico.

Il film intende creare un ritratto accurato di una compagnia di ballo?
D.A.: I ballerini sanno essere davvero pericolosi; il nostro coreografo ci ha inseriti nel mondo della danza, ma è un mondo piuttosto chiuso al cinema. In altre occasioni si aprono mille porte per un film, ma non nel balletto. Una volta immersi in quell’ambiente, abbiamo catturato la realtà in pochi mesi. Per il film potevo scegliere due strade: quella della stilizzazione e quella documentaristica, molto vicina al lavoro di “The Wrestler”.

Come è stato girato e quanto ha influito l’utilizzo del digitale?
D.A.: In realtà non avevamo abbastanza disponibilità economica per spingere al massimo il digitale, ma anche stavolta ho lavorato con persone che conosco da sempre e che sanno raggiungere altissimi livelli nelle loro competenze.

Nel mondo del balletto classico la Russia ha un ruolo fondamentale. Lei è stata a Mosca o a San Pietroburgo?
N.P.: Non ho incontrato personalmente la compagnia russa, come invece ha fatto Darren, ma credo la mia origine russa abbia influito sullo spirito del drammatico che ho.
D.A.: A San Pietroburgo il finale de “Il lago dei cigni” è un lieto fine, e questo mi ha colpito molto. Inoltre ho avuto la possibilità di vedere la ballerina dietro le quinte, dove viene trattata come una divinità. Anche Dostoevskij e ?ajkovskij hanno contribuito alla realizzazione del film. Come spiegava il nostro coreografo, la formazione russa è la più importante: si deve lavorare sodo sul coordinamento tra testa e resto del corpo.

Il colore rosa è usato spesso nel film e sempre come un colore oscuro. Questi sono tempi di Sex and the City e il rosa è il colore moda per eccellenza.
D.A.: Abbiamo discusso molto sui colori. Inizialmente abbiamo focalizzato la nostra attenzione sul bianco e sul nero, i colori dei cigni. Poi sono subentrati gli altri: il rosa non poteva mancare, è il colore delle ballerine, delle loro scarpette, trasmette la loro l’innocenza. Oltre al rosa il verde ha una grande importanza: è il colore del demone, della foresta sessuale da esplorare.

Qual è il suo ruolo nei panni di regista indipendente?
D.A.: Mi definisco un regista indipendente, ma in realtà non è una vera e propria indipendenza, poiché si tratta di uno Studio. Però mi ritengo fortunato perché lo faccio con gusto. Molti Studios sono andati in liquidazione: in America oggi non è semplice fare film indipendenti, bisogna attaccarsi alla tecnologia per sfruttarne le potenzialità. Il vero problema è la distribuzione, chissà se questo film verrà distribuito nelle sale. E chissà in quante sale. O chissà quante persone vedranno “Black Swan” sul proprio ipod.

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