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La musica allunga la vita… da 50 a 95 anni!

Lo scorso 12 febbraio, la Commissione Giuridica della Comunità Europea ha approvato la proposta di legge volta ad estendere il termine di protezione dei diritti di autore a favore dei produttori di fonogrammi (case discografiche), nonché degli artisti, interpreti ed esecutori.
In altre parole, ogni produttore, autore o esecutore potrà pretendere, non solo per 50 anni (come avviene oggi), ma per ben 95 anni successivi alla prima pubblicazione dell’opera, il pagamento dei diritti d’autore connessi all’opera stessa.

Per comprendere bene il funzionamento della nuova disciplina, facciamo un passo indietro e ricordiamo a tutti cosa sia il copyright.
Il copyright è un monopolio che funziona per un periodo di tempo limitato. Al fine di incoraggiare gli artisti nel loro processo creativo, la legge ne tutela le opere contro il pericolo di plagio e ne garantisce la remunerazione in caso di riproduzione in pubblico. Tuttavia, una volta scaduto il termine di tutela, la collettività ha la possibilità di accedere al proprio patrimonio culturale, utilizzando e diffondendo senza limitazioni di sorta l’opera che prima era tutelata. Ragion per cui non si paga alcun diritto se si intende eseguire una sonata di Mozart, recitare una commedia di Shakespeare o leggere una pagina di Tolstoj.

Ebbene, la nuova proposta legislativa ha il dichiarato intento di migliorare le condizioni di vita degli artisti, che sempre più spesso – con l’innalzamento del’età media – sopravvivono alle loro opere e, quindi, al periodo entro cui esse sono protette. Con la riforma, invece, l’estensione della durata della protezione colmerebbe la lacuna di reddito cui gli autori sono esposti al compimento del loro settantesimo anno di età (circa). Artisti, interpreti ed esecutori continuerebbero, infatti, a vantare il diritto alla retribuzione per la radiodiffusione delle loro opere, per l’esecuzione delle stesse in luoghi pubblici e per la copia, durante l’intero arco di vita. Con ovvie conseguenze incentivanti sulla produzione musicale.
A trarre giovamento dall’estensione della durata sarebbero anche i produttori, grazie ai ricavi supplementari generati dalla vendita di dischi al dettaglio e su internet.

In considerazione della sempre maggiore prevalenza di composizioni realizzate a più mani, la proposta prevede l’estensione della protezione di una composizione musicale con testo scritto da più autori, sino a settanta anni dopo il decesso dell’ultimo dei coautori, sia esso responsabile del testo o della musica.
[PAGEBREAK] Le attuali differenze in materia di durata di protezione, particolarmente evidenti tra Unione Europea e Stati Uniti, sono tuttavia causa di incertezza giuridica; in particolare si è detto che favorirebbero la pirateria, soprattutto in ambito digitale, complice l’assenza di restrizioni (tipica in tal contesto) e le possibilità che esso apre all’utilizzo contemporaneo delle opere in Paesi diversi. Un innegabile contributo all’ulteriore diffusione della pirateria potrebbe infatti giungere dalla compresenza di periodi di protezione diversi, in quanto le esecuzioni, divenute di dominio pubblico in un dato Paese, potrebbero, partendo da esso, essere distribuite online ad altri Paesi, nei quali continuano, invece, ad essere protette dal diritto d’autore.

Le critiche verso la novella legislativa, tuttavia, sono forti e sprezzanti. Esse si elevano da più parti del vecchio continente.
In una nota, alcuni studenti del Politecnico di Torino hanno evidenziato come la riforma non porterebbe agli sperati benefici per gli autori, essendo essi la parte debole del contratto e quindi soggetti al potere delle case discografiche. Queste ultime, non poche volte, inducono gli artisti a rinunciare completamente ai propri diritti o a cederli solo in parte.

2006, l’U.K. Government’s Gowers Review e l’Information Law Centre della University of Amsterdam, per conto della Commissione Europea, hanno analizzato le implicazioni derivanti da un’eventuale estensione del copyright sul mercato. Detti studi hanno messo in evidenza come, nell’ipotesi di approvazione della riforma, i consumatori vedrebbero aumentare i prezzi, la competizione verrebbe bloccata e gli unici a guadagnare sarebbero i proprietari delle maggiori librerie musicali. Si è stimato che il 90% dei profitti legati all’estensione dei termini di copyright andrebbe alle compagnie discografiche. Del restante 10% la quasi totalità finirebbe nelle tasche degli artisti più noti, mentre pochissimo, circa l’1% andrebbe agli artisti meno conosciuti. Per ogni euro guadagnato dall’artista, la compagnia discografica ne prende quattro volte tanto [i dati sono stati comunicati attraverso una fonte anonima, apparsa su youtube].
Tutto ciò, ovviamente, graverà sulle tasche del consumatore. Esemplificando: comprare oggi un cd di Mozart comporta la remunerazione della sola casa discografica. Comprare, invece, un cd di un autore, i cui diritti di copyright non sono ancora scaduti, comporta la remunerazione di un ulteriore soggetto, oltre alla label, con conseguente incremento del prezzo del prodotto fonografico.

Ciò posto, riteniamo che il problema di una maggiore remunerazione dell’artista ben potrebbe essere risolto con la previsione di norme inderogabili che riservino loro un “minimo sindacale” sui proventi, stanziando per essi fondi di previdenza sociale e stabilendo chiari diritti finanziari per gli artisti viventi. Viceversa, un’estensione dei termini di tutela produrrebbe vantaggi principalmente in favore dei cessionari: le case discografiche.

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