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La musica e le parole

Un popolo ripiegato su se stesso eppure carico di differenze e divisioni interne, posato su consuetudini molto concrete, legato da sempre alle arti manuali e all’artigianato. Sono i Rom della ex Jugoslavia raccontati in “Adisa – La Storia dei Mille Anni” dal regista Massimo D’Orzi attraverso un punto di vista delicato, intimo, raccolto: le inquadrature ampie sono riservate ai paesaggi mentre le persone vengono avvicinate soprattutto di notte, con primi piani strettissimi illuminati dal fuoco domestico in case piccole e affollate. Nessuno viene mostrato solo, il dialogo tra bambini, adulti e anziani è continuo anche se non sempre facile, il senso di collettività appare vitale e si lega con naturalezza alle attività quotidiane e alla musica. Soprattutto alla musica.

«Ai Rom non piace la politica, a noi piace divertirci – spiega uno dei protagonisti del documentario – siamo un popolo allegro». Un popolo che vede la propria chiusura identitaria come uno spazio di libertà e sente nostalgia per i tempi in cui «dovunque si poteva piantare una tenda» e «si viveva di ciò che si aveva, ognuno aveva il suo mestiere» mentre oggi «tutto ciò che fanno è mandarci via, inseguirci, darci fastidio, domandarci se siamo cittadini bosniaci». Non c’è più posto in Europa per i Rom, non c’è perché se una comunità pretende di vivere a modo suo è condannata all’emarginazione e al rifiuto. Una nazione ti riconosce il diritto a un’esistenza pacifica e al rispetto solo se può assimilarti e quindi annullarti. Altrimenti sarai considerato una minaccia.

“Adisa” è stato un film sfortunato: prodotto nel 2004, distribuito in Francia, torna ora in Italia in una manciata di copie e in una bella edizione dvd con libro abbinato e contenuti speciali. Un documentario pedagogico prima ancora che antropologico perché mette gli spettatori in condizione di capire per riflettere e conduce i propri protagonisti
a raccontarsi, a comprendere più profondamente la propria storia e renderla così leggibile anche a chi non la conosce.
La ricerca della poesia tra le parole, nelle immagini e nella musica si fa a tratti straripante non trovando una sponda sufficientemente solida nel linguaggio di D’Orzi che è sì sincero e curioso ma incapace di andare oltre il rispetto appassionato e partecipe nei confronti del soggetto. “Adisa” tuttavia incanta, commuove, non rassicura e fa nascere domande: il bersaglio è centrato.

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