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La nuova frontiera del documentario

Esce finalmente in Italia uno dei film più sorprendenti del 2008: “Valzer Con Bashir”. Pellicola d’animazione in concorso all’ultimo festival di Cannes, il film di Ari Folman è uno dei candidati al premio Oscar come miglior film straniero. Una pellicola che ci introduce a un genere alquanto inedito, quello del documentario animato. Realizzato prima in real video, è stato girato in un teatro di posa, per poi essere trasformato in uno storyboard, e quindi disegnato e animato usando una combinazione di Flash, animazione tradizionale e 3D. Un film-terapia, totalmente autobiografico, in cui Folman ricostruisce la propria parabola di reduce del conflitto israelo-palestinese.

Nel cinema americano il filone delle esperienze dei reduci di guerra è sempre andato molto bene. La stessa cosa non si può certo dire per il cinema israeliano. Qual è stata l’accoglienza al film nel suo paese, Folman?
Il film ha avuto un enorme successo. E la cosa mi ha messo in buona luce nei confronti dell’establishment. Ma io non ho voluto girare un film schierato. Il motivo per cui è stato accolto così bene è che mostra il non-coinvolgimento dei soldati israeliani nel massacro di Sabra e Shatila, certo è la realtà raccontata dalla mia parte. Vorrei che qualcuno raccontasse la stessa storia dalla parte opposta. Sarebbe stato ipocrita da parte mia tenere i piedi in due staffe.

Cosa pensa della situazione attuale nei territori palestinesi?
Penso che non sia stato fatto nulla di concreto da entrambe le parti per negoziare la pace tramite la diplomazia. È la soluzione più difficile certo. Molto più facile è bombardare. Il mondo è diviso in chi crede nella non-violenza e chi usa solo la violenza per risolvere i problemi, e questi ultimi sono la maggioranza purtroppo. Ecco perché non c’è nessun rispetto da parte di chi governa per le vite umane. Si fa la guerra come si gioca a scacchi.

Perché ha scelto di inserire quel breve inserto video nel suo film?
Il video che ho messo alla fine non è una scelta artistica, ma ideologica. Quei 50 secondi finali mettono il mio film nella giusta prospettiva, lo contestualizzano. È una decisione che avevo preso prima di cominciare a girare. È come se stessi dicendo: ok, è un bel film d’animazione, ma dovete sapere che tutto questo è successo davvero. Sto raccontando la storia di 3000 civili palestinesi trucidati, vorrei che chi esce dalla sala corresse a casa e andasse su Google per saperne di più.

Crede che la presidenza Obama possa portare un nuovo corso nel conflitto israelo-palestinese?
Credo che tutto ciò che riguarda Obama abbia dell’incredibile. Il fatto che sia diventato presidente, l’uomo, la sua storia. È un grande personaggio. E credo che abbiamo il dovere di avere fiducia in lui. È la speranza personificata.

Ci racconta in che modo questo film è stato una terapia per lei?
Io non credo nella psicoterapia. L’ho provata, ma sono arrivato alla conclusione che per me girare un film è stato molto più efficace: è la dinamoterapia. Viaggi, ti sposti, parli con più persone, fai una ricerca su te stesso. Come regista, credo che ogni film sia un cerchio che si chiude. E questo film mi ha fatto capire chi era quel ragazzo di 19 anni partito a fare la guerra. Una consapevolezza che per anni avevo rimosso.

L’uso della colonna sonora è ammirevole. Oltre al rock, ha scelto Bach, la musica che si dice fu scritta come ninna nanna per un nobile insonne. Qual è il senso per lei di usare musiche in totale contrasto con la storia e le immagini mostrate?
Mentre scrivevo il film ascoltavo la musica di Max Richter, un compositore inglese che combina elementi classici ed elettronici. Allora ho deciso di commissionargli la musica per il mio lavoro, che è stata scritta prima, così che ho potuto darla agli animatori, che l’hanno ascoltata mentre disegnavano il film.
Quanto a Bach, ho scelto quel pezzo e l’ho inserito in ben tre punti differenti nel mio film proprio per creare un contrasto, che a mio parere è molto efficace. Credo molto nella musica come contrappunto alle immagini.

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