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La pace è la via

Il secondo giorno del Festival del Cinema di Venezia è dedicato al film “Miral” del regista Julian Schnabel, già candidato all’Oscar con “Lo Scafandro E La Farfalla”.
Arrivato al Lido con Rula Jebreal, autrice del libro “La strada dei fiori di Miral” da cui è stato tratto il film (in concorso), che la vede nei panni di sceneggiatrice.
Rula Jebreal, giornalista palestinese, e Julian Schnabel, ebreo americano, non sono solo compagni di vita ma hanno unito le proprie esperienze per portare sul grande schermo un film di denuncia che con l’adeguata delicatezza racconta la realtà cruda e commovente di quattro donne la cui vita si agita tra disperazione e coraggio, provocazione e altruismo, dolore e saggezza.

Rula, “Miral” è tratto dal tuo libro “La Strada Dei Fiori Di Miral”. Una storia ambientata nel ’48 a Gerusalemme: quanto di quello che hai descritto esiste ancora nei nostri giorni?
Ho scritto questa storia nel 2003 come omaggio ad un mentore, a mia madre e a mio padre che mi hanno trasmesso amore e valori, perché nella mia vita potessi percorrere la strada giusta per diventare la persona che sono. Oggi purtroppo ancora molte donne e tantissimi bambini sono vittime dei conflitti. Nel 21° secolo in molte zone del Medio Oriente sentiamo ancora parlare di stupri, libertà e sicurezza che vengono violate, non si ha accesso all’istruzione, e questo è imperdonabile. Le donne ancora oggi, come spesso viene raccontato sui giornali, non hanno diritto ad essere libere di parlare, di vestirsi secondo i loro gusti, di uscire, non possono essere libere insomma di sentirsi donne.
Ci sono bambine costrette ad andare in spose all’età di 13 anni, oppure vittime di fanatismi religiosi.

Questo film non potrebbe esistere se non ci fossi stata tu. Quanto è stato difficile ripercorrere quello che in parte tu stessa hai dovuto vivere durante la tua infanzia, dovendo essere presente sul set e quindi ricreare luoghi e situazioni che in qualche modo hanno segnato i tuoi anni in Palestina?
Quando Julian mi ha chiesto di partecipare attivamente sul set, sapevo che sarebbe stata un’esperienza dolorosa ma ho capito che io stessa, per guardare al futuro, avevo bisogno di rivedere il mio passato. Tutte le donne di questo film, figure centrali della storia, sono state per me motivo di guarigione.

Ci sono cose che hai raccontato nel libro che poi nel film avete dovuto tagliare?
No, non ci sono cose che abbiamo tagliato, abbiamo raccontato quello che volevamo arrivasse al pubblico. Siamo partiti da un diagramma delle cose che volevamo girare, cercando di evitare ripetizioni su eventi e personaggi. Quello che c’è nel film è stato scelto in ogni dettaglio senza modificare il profilo dei personaggi originari.

Come mai la scelta di utlizzare dialoghi in inglese e non in arabo?
Julian ha fatto la scelta precisa di raggiungere il numero più ampio possibile di persone. È un film internazionale, non solo Palestinese. Universale, con persone che arrivano da tutte le parti del mondo.

Cosa può fare il cinema in questo caso? Oltre a molti consensi sicuramente urterà la sensibilità di chi la vede diversamente...
Il cinema in questo caso non è utilizzato come mezzo di intrattenimento ma di denuncia. Non esiste niente che non sia politico. Certamente un film non può cambiare il mondo ma quel che vogliamo è che arrivi al cuore della gente che non conosceva la storia della Palestina, che smuova gli animi di quelle persone sedute a bere mentre fuori ci sono donne che vengono lapidate. Sì, abbiamo pensato che alcune persone potrebbero turbarsi ma noi non possiamo tacere per paura di non avere consensi. Bisogna passare dal sogno alla realtà. Gandhi diceva non c’è via per la pace, ma la pace è la via.

Chi è esattamente Miral?
Miral è tutte quelle ragazzine che oggi aspettano di sopravvivere grazie all’aiuto di qualcuno.

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