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La Palma d’oro

In occasione de “La Primavera del Cinema Italiano – Premio Federico II”, manifestazione tenutasi a Cosenza dal 14 al 17 giugno, abbiamo incontrato la Palma d’oro Elio Germano e la sua affascinante consorte cinematografica, Isabella Ragonese.

In ogni ruolo che interpreti appare una vena shakespeariana, nel senso che anche in quelli più drammatici riesci a tirar fuori dei risvolti comici. Nella preparazione del personaggio da cosa parti, dallo spunto ironico o da quello tragico, e come riesci a compenetrare tra loro queste due sfaccettature?
Germano: La cosa che mi piace di Shakspeare è che tutti i personaggi presenti nella sua drammaturgia hanno una caratteristica, quella di tendere da due parti opposte: c’è una schizofrenia di fondo, tendono da una parte ma poi vanno esattamente nella direzione opposta. Questo è un aspetto molto interessante, che probabilmente riporto anche nel mio lavoro.
Rispetto alla fusione del drammatico con il comico, questa è una cosa di cui io non mi preoccupo, io non lavoro mai sull’aspetto formale ma sulle motivazioni del personaggio. Poi è il punto di vista del regista che fa diventare un atto drammatico o ironico.

Paolo Virzì dice di te: “può diventare qualsiasi cosa“. Ti senti realmente così duttile o c’è un genere, un filone che rietieni più nelle tue corde rispetto ad altri?
Germano: Io credo molto nell’attore, chiaramente è una battuta, non esiste l’infinito, ognuno porta con sé tutte le limitazioni del personaggio che può fare, ma l’aspirazione di un attore è quella (di fare tutto), dal bambino, all’uomo, al vecchio o anche i personaggi di fantasia. Fa piacere che me lo dico Virzì ma chiaramente è una battuta.

“La Nostra Vita” non lancia nessun messaggio particolare, non c’è nessuna denuncia esplicita ma solo un manifesto rappresentato dal titolo. La capacità di essere profondamente reale attraverso la rappresentazione di persone che non rimangono intrappolate in una definizione: è questa la forza del film?
Germano: Questa è la direzione nella quale siamo andati per la messa in scena del film, poi chiaramente il film è fatto da tante altre cose. Noi abbiamo deciso di avere un profondo rispetto nei confronti delle cose che andavamo a raccontare, facendo un grosso lavoro di ricerca per sconfiggere i luoghi comuni; tu ti aspetti il mondo che noi andiamo a raccontare fatto in un certo modo; noi, invece, abbiamo deciso di approfondire molto prima di andare a raccontare. In questo senso, abbiamo cercato di rendere le cose così come le vedevamo, giocando sull’opposto dei luoghi comuni: lo spacciatore non è cattivo, il rumeno non è uno stupratore. Abbiamo deciso di raccontare le cose così come le vedevamo, senza caricarle né da un lato né dall’altro. Quest’approccio cerca di non dare dei giudizi aprioristici ma di condividere i personaggi con gli spettatori, dando loro la possibilità di decidere se stare dalla parte dell’uno o dell’altro, in maniera molto personale.

Ne “La Nostra Vita”, così come succedeva in “Tutta La Vita Davanti”, si affronta, tra l’altro, il problema dell’occupazione. Il tuo pensiero in riferimento alla categoria di cui fai parte, anche in rapporto alla crisi che imperversa nel mondo del cinema.
Germano: Il nostro è un mestiere precario per eccellenza e non perde mai questa caratteristica. Qualsiasi mestiere artistico non diventa mai sicuro, salvo regimi vari, grazie ai quali si diventa artisti di Stato, artisti di corte, ma di questo preferisco non parlare. Nel nostro mestiere il precariato è elemento fondante. Esiste, purtroppo, anche in altri mestieri, nei quali non è elemento caratteristico: in questi casi il precariato è una conseguenza, non è un aspetto fondante. Nella nostra categoria possiamo trovare delle soluzioni per affrontare questo discorso. Certamente ci deve essere l’interesse delle Istituzioni verso la cultura. Io sono convinto che, soprattutto in periodi di crisi, l’unico modo in cui vale la pena spendere dei soldi e fare dei sacrifici è per il futuro, quindi per i giovani, per la formazione dei giovani. Parlo non solo della mia categoria ma di qualsiasi tipo di professione. A mio avviso, è molto grave sentire dei tagli a tutte quelle strutture che poi fanno da cuscinetto tra il lavoro e la formazione. Questo è un grosso anello mancante. Ad esempio, nel mio ambito ci sono tante scuole di recitazione, anche a pagamento, ma poi quando si esce da queste scuole non si arriva ad un lavoro; questo scalino non c’è solo nel mio ambito ma in tantissimi campi, per cui probabilmente sarebbe necessario un intervento istituzionale che consenta di colmare questa distanza e che consenta ai giovani l’inserimento. Non dico che lo Stato debba dare soldi al cinema o agli attori, ci sono tantissime modalità per agevolare questo processo, come dare la possibilità di fare opere prime ai registi che non ne hanno mai fatto, per avere l’opportunità di entrare sul mercato.
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Le parole pronunciate al Festival di Cannes, in occasione della tua premiazione, hanno fatto discutere e in alcuni casi sono state anche strumentalizzate. Nei giorni successivi tu hai cercato di spiegare meglio ma in questi casi è inevitabile lo strascico di polemiche.
Germano: Ho pensato tanto alle parole da usare per non essere frainteso ma poi ognuno ha frainteso in tantissimi modi. Ci tenevo, quindi, a chiarire ancora di più qual’era il mio pensiero. La cosa che mi chiedo, però, è perché devo chiarire il mio pensiero. Non sono un esponente politico, sono semplicemente un lavoratore dello spettacolo che è stato premiato in un festival internazionale e ha espresso un suo pensiero. Piuttosto che salutare la mamma o il papà, come sono stato invitato a fare da diverse testate giornalistiche, ho creduto meglio utilizzare quello spazio per dire quello che pensavo. Non faccio un mestiere per il quale devo pensare a ciò che dico, a come lo dico, anzi, spesso la maggior parte delle battute me le scrivono; non sono io a pensare, ma una volta che faccio questo sforzo, poi me ne assumo anche le responsabilità.

Nel film “La Nostra Vita” rappresenti la coscienza morale di Claudio. Quali sono state le direttive del regista nel momento in cui ha tratteggiato le peculiarità del personaggio che avresti interpretato?
Ragonese: Quando abbiamo parlato del ruolo, Luchetti ha detto sin dall’inizio che doveva essere chiaro che loro si erano spartiti i compiti: lui era il padre di famiglia che portava i soldi a casa e lei, invece, era l’affetto, l’emotività, perché lei è una che abbraccia tantissimo i figli, gli dà una educazione, ma era anche una sorta di coscienza di Claudio, una che gli fa dire “aspetta, cosa stai facendo”. Quindi, nel momento in cui viene a mancare, Claudio non sa più come gestire i sentimenti e pensa di colmare la mancanza di affetto col denaro. È una condizione che percepiamo un po’ tutti. Quando diciamo “a mio figlio non deve mancare niente”, di solito intendiamo le cose, non l’affetto.
Daniele (Luchetti) a Cannes ha detto una cosa molto giusta: siamo alla ricerca di modelli di felicità. Quand’è che noi siamo felici? Quando abbiamo delle cose, quando siamo sereni? Dovremmo chiederci che cos’è per noi la felicità, sapendo che non corrisponde necessariamente ad avere più cose possibili.

Colpisce la serenità del tuo personaggio. La scena della telefonata durante il parto è emblematica in questo senso. Anche in un momento in cui dovresti essere tranquillizzata e ricevere sostegno, sei tu a infondere serenità riuscendo anche ad essere ironica.
Ragonese: Per me è stato difficile come ruolo, perché io solitamente faccio la studentessa o simili. Nella vita non ho ancora avuto questa esperienza del parto e in quel caso raccontavamo una donna che ha già dei figli. Quella scena la trovo talmente reale e cruda: sai, parli al cellulare prima di partorire, lei chiede se i bambini hanno mangiato, e quindi ti sembra che lei sia eterna perché è molto quotidiana. Non c’è un saluto, un addio, quindi l’immagine del distacco è ancora più crudele.

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