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La parola ai realizzatori

Le origini del progetto di “Parnassus” risalgono a ben tre anni fa. Terry Gilliam e Charles McKeown hanno iniziato a lavorare alla sceneggiatura nel novembre del 2006. Sono qui alla loro terza collaborazione dopo “Brazil” e “Le Avventure Del Barone di Münchausen”, ed è il primo film di Gilliam basato su un soggetto del tutto originale, dopo alcune opere tratte da libri o girate sulla base di script già pronti e questo ha dato al film una patina autobiografica ancor più forte, rispetto ai suoi immediati predecessori.

Il personaggio di Parnassus, ideato proprio da Gilliam – ma il cui nome è stato inventato da McKeown – è un vero alter ego (metaforico) del suo autore: un uomo un po’ perso e fuori dal tempo, poco in sintonia con il pubblico che non vuole ascoltare più le sue storie. “Non so di chi sia l’autobiografia”, confessa Gilliam. “Pensavo che fosse una storia collegata alla mia persona, ma adesso non ne sono più sicuro! Parla della lotta delle persone creative, gli artisti. Cercano di ispirare gli altri, incoraggiandoli ad aprire gli occhi per apprezzare la verità del mondo, ma la maggior parte di loro non ha successo. Questa è la realtà. È un’idea magica e tragica al tempo stesso, un gruppo di persone straordinarie in un teatro favoloso che viaggia per Londra, ma senza che nessuno presti loro attenzione. Sono convinto che, nel mondo moderno, la gente non veda più quello che è veramente importante”.

E l’ardimento sta nel modo in cui gli autori hanno trattato la materia, infischiandosene ancora una volta del successo e del botteghino. Gilliam insomma si riconferma come il vero don Chisciotte del cinema. “Abbiamo veramente infranto le regole. In teoria, dovresti concentrarti su un personaggio centrale, è una delle ricette del successo avere un personaggio centrale con cui il pubblico è in grado di identificarsi. Ma questo è un lavoro corale e anche se il titolo è “Parnassus”, personaggio che è al centro della storia e con tutta la vicenda che ruota intorno a lui, sei comunque coinvolto anche nelle storie di tutti gli altri”.

Il direttore della fotografia Nicola Pecorini, da qualche tempo fedele collaboratore di Gilliam, è stato coinvolto fin dall’inizio nel progetto, e anche lui insiste sul dato autobiografico: “La cosa che mi ha impressionato maggiormente era il livello di poesia presente nella sceneggiatura. Avendo condiviso gli ultimi dieci anni di passioni e frustrazioni di Terry, capisco completamente da dove sia nato Parnassus. Un uomo stanco, che cerca di illuminare i suoi simili, per insegnare loro a lasciare che l’immaginazione cresca, così da considerare il potere dei sogni come una ricchezza e non un fardello. Parnassus è Terry. La sceneggiatura è il figlio felice di anni di battaglie contro il sistema, di frustrazioni accumulate cercando di dare una forma a idee sublimi. Ho visto la storia come una raccolta fantastica dell’intera carriera artistica di Terry: puoi trovarci tutti gli elementi che erano presenti, in un modo o nell’altro, in maniera evidente o sottintesa, in tutte le sue precedenti opere.”

Alla base dell’opera ci sono infatti varie idee, situazioni e personaggi che vagavano nel baule dell’autore da molti anni e che non riuscivano mai a diventare delle storie complete per essere raccontate. Gilliam e il suo sceneggiatore hanno “saccheggiato” lo scrigno pescando a piene mani tra quel materiale, intessendo trame e personaggi per costruire il loro “Imaginarium”.

Ma da dove ha origine l’idea dell’Imaginarium?
Gilliam risponde: “Probabilmente è iniziata con i teatri dei giochi di Pollock a Londra. La prima volta che sono venuto qui, c’era un laboratorio che esiste ancora oggi. Loro realizzano questi teatri dei giochi vittoriani, con dei fondali ritagliati che mi hanno sempre affascinato. Sono andato al Museo dell’infanzia, perché sapevo che ne avevano alcuni originali e antichi, così li ho fotografati e ci ho lavorato su Photoshop”.

Il film sembra quasi un’operazione “di famiglia”: la produttrice del film è Amy Gilliam, figlia del regista, che si dice entusiasta del lavoro del padre, della sua base mitica. “Quando ho letto la sua sceneggiatura, era composta di tutte le cose con cui sono cresciuta – immaginazione e avventure – ogni cosa era magica. Non è una storia precisa che ho sentito nella mia infanzia, ma penso che molti elementi siano vicini al mio cuore e alle mie esperienze.” Ma Amy confessa anche le difficoltà incontrate nel reperire fondi: la “magica follia” di Terry Gilliam è indubbiamente un anatema per molti produttori. Anche perché effettivamente il metodo del regista sembra improntato su una vera e propria “lucida improvvisazione” che ha coinvolto anche il cast.
Il metodo è quasi del tutto… figurativo. “Ho realizzato gli storyboard per la prima volta da molto tempo”, ricorda con piacere Terry Gilliam. “È per questo che ho apprezzato l’esperienza. È stato come tornare ai miei primi film, in cui realizzavo personalmente gli storyboard di qualsiasi cosa. È veramente eccitante, quando scrivi una sceneggiatura, sederti a disegnare. È diverso, io non leggo più la sceneggiatura, ma la riscrivo basandomi sui disegni ed è magnifico. Abbiamo costruito dei modellini, utilizzato il CGI e messo tutto assieme, per cercare di confondere la gente, così non si capisce come abbiamo costruito il nostro mondo. È un trucco magico…”

Tanto che è il film stesso a svelarsi al suo autore…
“Ora che abbiamo terminato le riprese, so di cosa parla il film, meglio di quando io e Charles lo stavamo scrivendo. Spesso ho la sensazione di aver realizzato un film per capire cosa stessi facendo! Sapevamo di avere queste due fazioni in lotta, il tipo che potrebbe essere il Diavolo e quello che potrebbe essere Dio, anche se in realtà non lo sono e si rivelano qualcosa che va oltre, dei demiurghi. Noi abbiamo cambiato quello che ognuno offre al mondo. Parnassus ti offre la possibilità di espandere la tua immaginazione, ma questo non significa che sarà un viaggio semplice e piacevole”.
[PAGEBREAK] Come ormai molti sanno a interpretare il “diavolo” è Tom Waits, cantautore dalla voce… luciferina. Gilliam racconta di come è stato ingaggiato. “Un animatore olandese stava cercando di entrare in contatto con Tom Waits (che io considero il maggior poeta musicale americano) e mi ha chiesto se potevo mandare a Tom una sua sceneggiatura, cosa che ho fatto. Era il primo contatto che avevo con Tom da diversi anni a questa parte. Lui non era interessato al mio amico, ma mi ha chiesto se avessi qualcosa per lui. Gli ho risposto che c’era una parte interessante nel mio nuovo film e lui ha accettato prima ancora di aver letto la sceneggiatura”.

“Io interpreto il Diavolo”, spiega Waits. “Non incarno un diavolo o qualcuno malvagio. Io interpreto il Diavolo. È una bella sfida, come si interpreta il Diavolo? Come incarnare un archetipo così ampio e complesso a livello storico? Alla fine, ho capito che dovevo farlo personalmente, era il mio Diavolo ed era il modo in cui lo interpretavo. Quindi, spero di aver fatto quello che Terry si attendeva e magari di aver superato le sue aspettative. Non ne sono sicuro, ma ci spero”.

Ma ovviamente saranno in molti a ricordare (e andare al cinema a vedere) il film per assistere all’ultima prova di Ledger. Ricorda Gilliam: “Heath Ledger era qui in Inghilterra a lavorare a “Il Cavaliere Oscuro” e ha portato con sé un comune amico che aveva realizzato gli storyboard per “I Fratelli Grimm E L’Incantevole Strega”. Stavano realizzando un video musicale d’animazione e avevano bisogno di un posto dove lavorare. Gli ho offerto di venire alla Peerless (la nostra società di effetti visivi) nella saletta degli incontri e delle proiezioni. Un giorno, ero lì per mostrare i miei storyboard alle persone che svolgevano un lavoro di previsualizzazione e Heath e Daniele erano presenti. Ho iniziato lo spettacolo e mentre spiegavo le varie sequenze, Heath mi passa un piccolo appunto che dice ‘posso interpretare Tony?’. Aveva visto la sceneggiatura, ma io non gli avevo mai proposto di lavorare a questo progetto. Gli ho chiesto se fosse serio e lui mi ha risposto che voleva assolutamente vedere realizzato questo film. È stato semplicissimo. Una volta che Heath è salito a bordo, ho pensato che le cose potessero diventare più facili e che i soldi sarebbero arrivati senza problemi… ennesimo errore!”.

Un Terry Gilliam devastato aveva deciso in un primo tempo di lasciar perdere tutto. “Ho detto che non sapevo come far funzionare il progetto. Ero troppo distrutto per pensare a cosa fare. Ma tutti intorno a me mi dicevano che avrei dovuto andare avanti e mi fornivano suggerimenti e idee. La soluzione dello specchio magico era ovvia, visto che avevamo coperto buona parte delle scene con Heath che si svolgevano da questa parte dello specchio, ma la questione reale era se dovesse essere soltanto una persona ad assumere l’incarico. Ho capito subito che non potesse essere soltanto una, che sarebbe stato un peso eccessivo, così dovevamo coinvolgere più persone. Ho riscritto tutto molto rapidamente. Avevamo pochi giorni per trovare una soluzione convincente e, per fortuna, non eravamo a corto di idee, buone o cattive. Non abbiamo dovuto riscrivere molto, era più che altro una questione di gestire e cercare di arrangiare le scene in cui doveva comparire Heath, per vedere se potevamo farle con una controfigura o trovare qualche trucco cinematografico. Perdere Heath ha creato una situazione che richiedeva delle soluzioni intelligenti, che mi hanno portato a fare tante cose diverse che non avevo previsto all’inizio. Per esempio, abbiamo modificato la parte di Martin l’ubriacone all’inizio del film, in modo che fosse interpretato da due attori. Questo ha dato vita al principio che le persone possono cambiare dall’altra parte dello specchio. Poi, ho iniziato a chiamare i miei amici e tanta gente vicina a Heath.
Ogni volta che Tony, il personaggio di Heath, attraversa lo specchio, assume un aspetto diverso, interpretato da attori differenti. È stato un piacere vedere quello che Colin, Johnny e Jude hanno portato al ruolo. Adesso, Tony è un personaggio anche più complesso e penso che per il pubblico sarà un viaggio sulle montagne russe”.
“Heath sembrava sempre con noi. La sua energia, il suo talento, le sue idee”, conclude il regista. “La tragedia della sua morte e le decisioni creative che abbiamo preso durante la realizzazione, sono le ragioni che lo hanno fatto diventare veramente un film di Heath Ledger e dei suoi amici”.

Gilliam apprezza da Heath la sua tendenza all’improvvisazione, il suo impegno totale e viscerale, rivedendo evidentemente nel suo stile il proprio.

“Ho concesso maggiore improvvisazione in questo film rispetto a ogni altro che abbia mai fatto ed è iniziato tutto perché Heath era assolutamente pieno di idee, di dialoghi originali e incredibilmente rapido e inventivo. Lui aveva ancora l’energia dell’interpretazione di Joker, che lo aveva liberato in un modo che non aveva mai vissuto prima. Mi diceva sempre ‘sto facendo delle cose nelle scene che non pensavo fossero presenti dentro di me. Non riesco a crederci’. Durante le prime due settimane di prove, Andrew, che in precedenza non aveva mai improvvisato, ha cercato di mettersi in competizione con lui, ma Heath, ben calato nel personaggio di Tony, era troppo rapido, concentrato e metteva soggezione. Non funzionava. Alla fine, Andrew ha scoperto di poter competere su un altro livello e contemporaneamente proteggere la vulnerabilità del suo personaggio, diventando gioioso e leggero. Questo ha fornito ad Anton un potere che Tony non riusciva a sopportare”.

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