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La pirateria informatica è immorale?

Quando, tra il 1861 e il 1865, gli Stati Confederati d’America e gli Stati Uniti d’America si diedero battaglia nella cosiddetta guerra di secessione, la causa fu portata sui temi della questione razziale. In realtà, l’intento di Lincoln era quello di preservare l’Unione, non tanto quello di abolire la schiavitù.
Similmente, nel 1789, non era stato tanto l’assolutismo monarchico a determinare la rivoluzione francese. Il popolo, in realtà, scese nelle piazze perché fomentato dal ceto medio, a sua volta esasperato dalle tasse che Luigi XV e Luigi XVI avevano posto a carico della borghesia, mentre nobiltà e clero ne avevano risentito in minima parte. Dunque, una rivoluzione non culturale nelle iniziali intenzioni, bensì economica.
Stesse motivazioni ebbe il Risorgimento italiano. L’idea di un popolo unico fu indotta dagli intellettuali di un piccolo Stato, posto al confine tra la Francia e l’Austria, che aveva visto nella nostra penisola l’unico spazio libero dove espandersi. La minuscola Savoia, così, pensò bene di indottrinare il nostro popolo con ideali di unità e indipendenza per sostenere la propria causa.

Dietro ogni rivoluzione ideologica si nasconde sempre una battaglia economica. È la vecchia storia del braccio asservito dalla mente.
Così, anche la nuova guerra che si spinge oggi sui confini virtuali del web risente delle stesse strumentalizzazioni. Non che non vi sia chi non creda che le questioni ideologiche siano di tutto rispetto e degne di essere difese. Ma una cosa sono le cause scaturenti, un’altra gli slogan.

L’articolo prosegue per “La Legge per tutti a questo indirizzo”:

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