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La poetica dei segreti e delle passioni nascoste

È City Island il luogo emblema di questa pellicola: un posto molto tranquillo ed elegante, che spesso neanche chi vive nel Bronx, quartiere di cui City Island fa parte, conoscono; un posto dove gli abitanti si dividono in “mangia-cozze” (gli immigrati) e “cava-vongole” (i nati e cresciuti nel quartiere).

La famiglia Rizzo è composta da cava-vongole, mentre il ragazzo che li scombussolerà dall’interno, Tony, è un mangia-cozze, che viene portato lì proprio da Vince, il protagonista, guardia carceraria che decide di accogliere il giovane, detenuto nel carcere dove lavora, per un periodo di 30 giorni di libertà vigilata. Perché questa scelta così inusuale? Semplice, l’uomo si accorge che il ragazzo in realtà è suo figlio, avuto da una relazione burrascosa di molti anni prima.

Ovviamente sua moglie Joyce non sa nulla di tutto ciò, così come non sa nulla del fatto che Vince, invece di andare a giocare a poker come afferma quasi tutte le sere, si reca ad un corso di recitazione per coltivare la sua passione segreta per il cinema e per il mitico Marlon Brando. Il figlio minore, Vince jr, cova la passione per le ragazze obese, la figlia maggiore, Vivian, si paga gli studi, dopo aver perso la borsa di studio, facendo la lap-dancer. La madre fuma di nascosto non sapendo che anche il marito continua a fumare segretamente, e nasconde un’insoddisfazione di fondo suscitata anche dal sospetto che in realtà Vince sia impelagato in una relazione clandestina.

Tutto continua a filare come sempre, tra litigate e discussioni pepate, fino a quando non sarà proprio Tony, un personaggio “esterno” (così come spesso accade in questo genere di pellicole), a destabilizzare l’equilibrio precario portando a galla tutte le incomprensioni familiari e i segreti tenuti faticosamente nascosti. A fare da contorno due personaggi decisamente opposti: l’insegnante di recitazione di Vince (interpretato dall’immancabile Alan Arkin), divertente e a tratti spassoso, e la compagna di recitazione di Vince (interpretata da Emily Mortimer) che invece si porta dietro un po’ di “retoricismi”.

Ma la carta vincente di “City Island” è indubbiamente la recitazione di Andy Garcia che ci offre l’opportunità di divertirci con il suo accento italo-americano e con un provino esilarante per un film di Martin Scorsese con Robert De Niro in cui, dapprima imita Marlon Brando, il suo idolo, e poi in un primissimo piano dentro la telecamera imita un suo collega di lavoro duro e sfacciato.

A metà tra la commedia degli equivoci e lo stile indipendente americano, il regista ci offre questo spensierato, leggero e genuino ritratto familiare in cui la disfunzionalità e l’incomunicabilità la fanno da padrone, insieme alle situazioni più assurde e impensabili, a causa degli strampalati tentativi di ciascun componente di tenere sepolti i propri segreti e le proprie passioni apparentemente imbarazzanti.

Si aggiunge anche una deliziosa parodia e auto-ironia sul mestiere dell’attore e sul cinema in generale con l’insegnante di recitazione che deride e critica aspramente le tanto famose e imitate pause recitative di Marlon Brando e col suddetto provino del protagonista che assume dei contorni quasi grotteschi, ma comunque esilaranti.

Poco importa allora se il finale è come chiunque se lo sarebbe aspettato, se possiamo godere comunque di un ulteriore momento scoppiettante, delirante e assurdo, tutte caratteristiche che descrivono alla perfezione questa disfunzionale e apparentemente disunita, ma simpaticissima e unica famiglia.

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