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La potenza aggregante della poesia

Dopo aver trionfato agli Asian Film Awards di Hong Kong, gli Oscar orientali, conquistando i premi per la migliore regia e sceneggiatura, “Poetry” di Lee Chan Dong, regista di genere, approda anche nelle sale italiane e verrà distribuito dalla Tucker Film in trenta copie su tutto il territorio nazionale.
Delicato e commovente, racconta di Mi-ja, che vive una vita modesta crescendo il nipote adolescente abbandonato dalla figlia dopo il divorzio. Alle soglie della vecchiaia, con un evidente principio di Alzheimer campa come meglio può e, barcamenandosi tra i tanti impegni, riesce a ritagliarsi un cantuccio proprio dedicato alla poesia, cosa che la segnerà per sempre portandola a cercare la bellezza in posti improbabili ed inaspettati. Ma il sogno di scrivere poesie verrà presto scosso da una realtà dolorosa e sordida che le cambierà per sempre l’esistenza. Il suicidio di una ragazzina gettatasi da un ponte irromperà nella sua vita in un modo drammatico e inatteso che la condurrà a compromessi umilianti e fare i conti con un pesante senso di colpa.

Alla conferenza stampa a Roma, in occasione della presentazione del film in anteprima nazionale, abbiamo incontrato il regista Lee Chan Dong.

Come si presenta la società coreana, è molto violenta? È un caso sporadico quello che propone nel suo film oppure le famiglie sono davvero così divise, è un fenomeno normale e consueto?
Si può dire che sia stato un caso, non ci sono spesso casi di violenza sessuale da parte di ragazzi così piccoli. Credo, però, che si possa assistere allo stesso fenomeno ovunque. Oggi le generazioni sono diverse rispetto al passato e da qui nasce l’incomunicabilità. Devo ammettere che è davvero difficile capire cosa pensino, realmente, questi giovani “moderni”, cosa li motiva e cosa li spinge a commettere determinati gesti. Nel film c’è un’immagine molto emblematica: la nonna osserva il nipote che, noncurante di quello che sta accadendo a motivo dell’orrore commesso, guarda tranquillamente la televisione. Non sappiamo se il senso di colpa lo attanaglia, se prova patimento d’animo e se la tranquillità sia solo apparente ed un modo personale di agire dinanzi al problema. Guardando mio figlio, anch’io mi sono spesso chiesto cosa stesse pensando e credo che la stesa cosa abbia fatto la protagonista Mi-ja. “E se dietro si nascondesse un mostro?”. Questo non possiamo saperlo, possiamo intuirlo ma non averne la certezza. È una domanda a cui non riusciamo a dare una risposta.

Questo film è senz’altro l’elogio della poesia, ma d’altro canto l’amara cnostatazione di come, spesso, tante parole siano sprecate e non servano ad instaurare e mantenere i rapporti…
Viviamo un un’epoca in cui la poesia sta morendo. “Cosa significa scrivere poesia in tempi in cui la poesia è in forte declino?” È esattamente questa la domanda a cui volevo rispondere facendo questo film e da qui la domanda la pongo anche a me stesso: “Cosa significa fare film in un tempo in cui il cinema è minacciato?” . Volevo sostanzialmente raccontare la poesia della nostra esistenza. Ricercare la bellezza davanti ai nostri occhi così come la verità nascosta intorno a noi.
[PAGEBREAK] Nel gruppo dei genitori ci sono cinque maschi e Mi-ja è l’unica donna. Negli uomini prevale l’aspetto pragmatico e l’apparire prevale sull’essere; nella donna invece è l’esatto opposto, attraverso un percorso di conoscenza fino ad incontrare anche la religione cristiana a cui una fetta della società coreana sembra essersi convertita…
Nell’immaginario collettivo sono i maschi a essere ritenuti più idonei ad affrontare i problemi e qui lo fanno in maniera defilata attraverso un escamotage di natura economica. Mi-ja invece è pura si avvicina alla bellezza all’istinto; in lei prevale il forte senso di colpa che la porterà a determinate e determinanti azioni. Ovunque le donne sono più sensibili, dall’Oriente all’Occidente.

Sul finire del film la protagonista scompare e non c’è più lei. Non c’è perché è sparita e non c’è perché la voce non è più la sua. C’è forse un senso di resa nel risolvere la questione? Dobbiamo forse, pensare che abbia denunciato il crimine del nipote? È giusto?
In realtà non sappiamo se sia stata realmente lei. È un segreto di Mi-ja ma anche del film. Tocca allo spettatore decifrare questo mistero. Eppure ci sono molti indizi: quando Mi-ja piange al ristorante il poliziotto è accanto a lei, il giorno in cui suo nipote sta per essere arrestato dalla polizia, gli ha comprato una pizza, gli ha ordinato di farsi il bagno e gli ha tagliato le unghie dei piedi e ha fatto venire la madre del ragazzo. Il mio intento voluto era di lasciare il finale aperto. Volevo suggerirlo allo spettatore senza doverlo dire esplicitamente alla maniera di una moralità del medioevo. Una specie di gioco dissimulato nel quale lo spettatore è invitato a fare una scelta morale di fronte alle parti mancanti del film, esattamente come la protagonista. Nella maggior parte dei film la forte sofferenza ed il sacrificio risultano molto toccanti e facilmente percepibili dallo spettatore; nel mio film e, nello specifico nella figura di Mi-ja, la sofferenza si percepisce nascosta dentro di lei che tuttavia non vi cede e continua a cercare la bellezza anche dopo aver vissuto l’orrore ed il lato oscuro di ogni cosa. Il fatto che alla fine del film la voce non sia più quella di Mi-ja ma della fanciulla è sintomatico di come la donna, solo dopo aver abbracciato la sofferenza, riesca finalmente a scrivere la poesia, una sorta di atto di liberazione, di libertà e d’amore. È per questo che le due voci si sostituiscono l’una all’altra come due destini che, incontrandosi, si fondono in unico destino attraverso il defluire della parole della poesia. In un certo senso la poesia ha un valore salvifico.

Un film che tocca le più intime corde dello spirito, che fa della poesia il proprio baluardo, ora con l’intento di ritrarre la bellezza di orizzonti s-conosciuti, ora ricacciandola lì dove non si pensava potesse esistere. È la totalità del continuo divenire dell’esistenza che s’evolve e trova in versi in proprio stato di grazia.

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