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La prima da headliner non si scorda mai

I Pain Of Salvation fanno tappa in Italia per la prima volta da headliner con un’unica data, in quel di Milano. Il pubblico italiano risponde positivamente con una presenza massiccia ed un calore che gli stessi PoS sottolineeranno come eccezionale e secondo solo a quello del pubblico parigino.

L’onore dell’apertura spetta ai teutonici Dark Suns, prog metal band che, dopo il loro primo lavoro “Swanlike”, presenta la seconda ed ultima fatica “Existence”, album dalle atmosfere cupe e soffuse che rievoca nelle sonorità band quali Katatonia ed Anathema e nella struttura compositiva le tematiche esistenziali e la concettosità tanto care al combo svedese con cui condividono questo tour europeo.
Le restrittive norme del comune di Milano circa le tempistiche dei concerti impongono un orario d’inizio inconsueto per eventi come questo ed una durata complessiva leggermente inferiore alle attese.

Poco dopo le 20 i Dark Suns sono già sul palco per la loro esibizione, dimostrando una valida tecnica e dando l’impressione di saper attrarre l’attenzione anche dei più indifferenti. Nei tre quarti d’ora scarsi a disposizione il protagonista assoluto, come preventivabile, è il loro ultimo “Existence”, di cui si segnalano piacevolmente “The Euphoric Sense”, seppur leggermente penalizzata da un audio ancora non perfettamente bilanciato, e la lunghissima ed emozionante “You, A Phantom Still”. Nonostante la buona prova complessiva appaiono evidenti alcuni limiti strutturali, almeno in sede live, come una certa staticità scenica e la mancanza di un frontman di movimento in grado di guidare l’esibizione su binari dinamici. Il duplice ruolo di drummer e singer ricoperto da Niko Knappe costituisce un nodo gordiano a cui la band dovrà badare per la propria completa maturazione artistica; se il timbro vocale di Niko sorprende per espressività, lo stesso non si può dire per l’estensione e l’intensità, che inevitabilmente vengono penalizzate da un fiato impegnato anche su pedali, percussioni, piatti e quant’altro. Nel complesso, una prova soddisfacente, sottolineata dagli applausi convinti del pubblico.

I cinque di Germania abbandonano il palco prima delle 21 e dopo una discreta attesa, impreziosita dalle accattivanti note di “Epilogue” (bonus track dell’edizione nipponica di “The Perfect Element Pt.1″) i Pain Of Salvation si concedono ad un pubblico esaltato con la graffiante “Used”. Il tè caldo e l’entusiasmo del pubblico sembrano aver ridato perfetta efficienza a Daniel Gildenlöw, arrivato alla data milanese con una gola non nelle migliori condizioni.
[PAGEBREAK] Lo show che il combo svedese mette in atto brano dopo brano, andando sapientemente a pescare da tutta la sua discografia, è un concentrato di esplosività e di emozioni che risulta impossibile da esprimere a parole. La musica offerta fa battere i cuori dei tanti fan che inneggiano ai loro beniamini e tutto appare perfetto, come nelle più rosee aspettative. Il viaggio indietro nel tempo prende corpo con “People Passing By”, tratta dal loro primo lavoro, e prosegue trionfalmente nei due storici capitoli presi da “One Hour By The Concrete Lake”: “Inside” ed “Inside Out”. Il pubblico risponde con sempre maggior entusiasmo, ricambiato dalla grande voglia di suonare che mettono in mostra i PoS. La scaletta non appare scontata e, seppur mancante di pezzi importanti e richiesti a gran voce come ad esempio “Beyond The Pale” o “The Perfect Element”, non tradisce le attese, regalando un completo mosaico della carriera sin qui intrapresa dalla talentuosa band scandinava.

A completamento di questa grande prova di forza è doveroso sottolineare (contrariamente a quanto detto per i Dark Suns) l’elevato tasso di spettacolarità offerta dall’evento. Non effetti speciali né coriandoli o giochi di luce particolarmente elaborati, bensì una componente dinamica trascinante che ha visto Johan Hallgren (alla chitarra) validissimo interprete e Daniel Gildenlöw vero mattatore dell’evento. Da istrione indemoniato in “Inside” a vero e consumato teatrante in “Dea Pecuniae” (con tanto di gessato ed occhiali da sole) Daniel ha davvero dato prova di essere un artista completo anche in sede live, impressionando per la sua versatilità comunicativa, sapendosi calare nella commovente delusione d’amore di “Second Love” e vestendosi della rabbia esistenziale di “Ashes” senza alcuna soluzione di continuità.

L’aspetto tecnico non riesce mai a prendere il sopravvento sulla componente emotiva dell’evento e precisione e l’abilità vengono sempre messe diligentemente al servizio della musica (e mai il contrario).
Prima di porre fine ad un concerto troppo breve Gildenlöw & co. regalano un trittico di grande valore, con “Undertow”, “! (foreword)” (fortemente richiesta dal pubblico delle prime file, con tanto di striscione inneggiante al seguito) e la conclusiva “Martius/Nauticus II”, fiero stendardo di un epilogo da standing ovation che vede l’uscita di scena dei membri della band uno ad uno, fino a lasciare il solo Johan Langell a far risuonare violenti gli ultimi passi di un grande spettacolo.
La definitiva consacrazione (se ce ne fosse stato bisogno) di una delle migliori realtà della scena progressive metal moderna.

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