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La quiete

Un rapido ascolto di “Songs of Shame”, il nuovo lavoro dei Woods può bastare a rivelarne l’unicità: l’effetto è quello di un balsamo ristoratore capace di destare quelle sensazioni elementari della musica che perdiamo sotto il continuo assalto delle frequenze negative. Il composto flusso melodico si insinua senza difficoltà nella mente, riallacciando gentilmente quel collegamento che c’è tra il suono e l’intimità, tra le note e la magica “anti-quotidianità” che definiamo come spirito.

Musica come terapia, dunque. Consciamente o inconsciamente, i Woods iniziano il loro viaggio salvifico a Brooklyn nel 2005, quando Jeremy Earl e Chris DeRoeck danno vita ad un duo parallelo al loro gruppo principale, i Meneguar. Dopo tre album e varie vicissitudini, DeRoeck abbandona il progetto. Earl, cantante e chitarrista decide di andare avanti assieme ad altri tre nuovi componenti: Lucas Crane, Kevin Morby e Jarvis Taveniere.

L’anima musicale dei Woods è profondamente legata all’universo underground ed all’estetica lo-fi. Le loro tenui ballate freak-folk si collocano in un terreno ibridato da indie e noise, dove crescono tapes piuttosto che cd. “Songs of Shame” è la migliore conciliazione di tutte queste tendenze ed influenze manifeste: le canzoni sono arabeschi di note intercambiabili contenute in piccoli scrigni pronti a dissolversi per acquisire nuove forme. La capacità di parlar all’orecchio come antidoto alle urla, la loro tranquillità pastorale come risposta al disorientamento ed all’ansia dei giorni odierni.

Nulla di troppo intellettuale, nulla di troppo complesso, solo un pugno di brani che parlano del bene e del male con la leggerezza di chi sa ancora di non avere troppi occhi addosso.

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