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La realtà irreale

La realtà è contraddittoria per definizione e, spesso, è appesa alla corda del soggettivismo. Pirandello. Ma anche i Fratelli Calafuria: tre ragazzi che hanno trovato il punto di fuga tra l’immaginario ed il realismo suburbano.
Conoscere la band a trecentosessanta gradi, e magari rifare il giro completo, è un’esperienza da trasmettere: perché nel loro spettacolo c’è aria di scommesse e di sfida. E, per chi guarda il futuro, c’è anche aria di promesse. Così li abbiamo raggiunti in una delle ultime date di supporto al loro debut album.

Al B-Side della verdeggiante Rende i concerti cominciano sempre tardi. Per sentire i Fratelli Calafuria, il pubblico deve aspettare mezzanotte. E, ciò nonostante, si respira un’ansia emotiva, mista ad un pizzico di nazionalismo e di orgoglio, di chi ha scoperto, quasi per gioco, un giovanissimo trio fuori dagli schemi e con un indiscutibile talento.
“Senza Titolo” è l’unica cosa che il pubblico, stipato nella fumosa sala, attende di sentire: e non potrebbe essere altrimenti, poiché esso è il debutto ed anche l’unico album sin’ora prodotto dalla band milanese.

Ma i tre musicisti ritardano, anche perché, dietro le quinte, ci siamo noi ad intrattenere Andrea Volonté, voce e chitarra, un viso espressivo e sveglio, che dedica mezz’ora alle nostre domande.
Il B-Side è uno di quei club costipati, odoranti di pub inglese, dove già cento persone riescono a riempire di densa trepidazione l’atmosfera. Che non tarda a riscaldarsi. Così, anticipati dai concittadini Ministri, finalmente i Fratelli (non fratelli) Calafuria salgono sul palco con la loro incredibile dose di simpatia energica, semplice e comunicativa, sincera nei volti e nella musica.

“Fratelli Calafuria è una catena di pizzerie” ci rivela Andrea. “È una cosa senza senso, come tante cose legate alla nostra band. Ci piaceva inoltre l’idea della fratellanza, perché ci conosciamo da tantissimo. Sembra banale, ma è un po’ come se fossimo fratelli”.

Si inizia. E il pubblico viene subito riscaldato con “Amico Di Plastica”, uno dei brani più immediati dell’album, che svela le attitudini ironiche della formazione:attitudini che si manifestano nella scanzonata capacità di prendere in giro certe strutture musicali e le sue tematiche seriose. Perché questo hanno i Calafuria: utilizzano delle partiture aggressive, frutto dell’esperienza post-punk e hardcore degli anni ’90, e le mischiano con elementi, tanto testuali quanto strumentali, assai stravaganti o, quanto meno, inusuali.

Ci piace dare significato ad una cosa, ma anche di non darglielo”, continua a spiegarci, filosoficamente, Andrea.
“Per noi è una necessità mettere a fuoco il nostro mondo e quindi cercare di essere realisti. E per realisti intendo: essere il più possibile noi stessi. Se voglio dire una cosa pesantissima, lo posso dire anche in modo scherzoso, mettendola tra il serio ed il faceto. Grazie alla nostra musica possiamo esprimere un concetto serio e forte, all’interno di una forma che risulta più ascoltabile. E viceversa: una cosa complicatissima e arzigogolata a livello musicale la possiamo riempire con un testo che non vuol dire niente. Magari così lasciamo aperta la porta dell’interpretazione del nostro ascoltatore”
.

Difatti, la band si trova a prendere in giro un vastissimo panorama di stereotipi musicali (il pop, il crossover, lo stoner, la dance e la musica leggera italiana, tra gli altri), grazie ad una serie di storielle nonsense (“La Merendina” o “Le Cicatrici”, per esempio), oppure sfruttando il sorprendente falsetto di Andrea o ancora utilizzando delle geniali liriche onomatopeutiche (“Stringere una vite fino a quando fa wou wou woh!”).

Abbiamo un approccio molto ‘sonoro’ nei confronti di tutto quello che cantiamo. Una composizione deve essere anche e soprattutto un discorso a livello di equilibrio sonoro. Infatti, quando canto è come se avessi un sassofono in mano: mi piace pensare alla bellezza della voce che produce quei suoni, alla bellezza della linea vocale. Il fatto, poi, che, grazie ai testi in italiano, mi sia consentito di esprimere anche dei concetti, quello è un surplus“.

La successione dei brani prosegue con “Tiepido” e “La Nobile Arte”. La scaletta evidenzia una band nata per i palchi, che struttura le proprie canzoni solo in funzione della resa dal vivo.
L’impostazione minimale di basso/chitarra/batteria ha una resa quasi perfetta sul palco e rende giustizia alla scelta dei tre ragazzi, già sacrificatisi nei palchi di mezza Italia prima di ottenere la prima pubblicazione.
[PAGEBREAK] “Bisogna concentrarsi su un nuovo modus operandi” svela il singer. “Bisogna concepire ciò che si suona in funzione di ciò che poi si può fare per promuoverlo. Molte band fanno dischi pazzeschi, con seimila tracce di chitarra, violini, ecc. e poi si rendono conto che l’unica cosa che possono fare per promuovere la loro opera è suonare dal vivo: e lì si rendono conto che non possono suonarla perché non c’è l’orchestra.” Lo sguardo di Andrea è concreto, diretto, senza troppe illusioni. E questo lo rende infinitamente vicino al suo pubblico, che gli passa davanti e per poco neanche lo riconosce.
Noi cerchiamo di scremare il nostro sound: la nostra è un’attitudine che nasce live, in funzione del palco. Quando componiamo, infatti, scriviamo solo in funzione di ciò che potremo eseguire dal vivo.

E tanto viene, poco dopo, confermato dalla fedele riproposizione di pezzi apparentemente difficili come “Non So Perché”, brano peraltro mandato in onda più volte da Fiorello nella trasmissione “Viva Radio Due”. Deve essere una grossa sorpresa, per una band nata con propositi tutt’altro che radiofonici, scoprire di essere entrata nel circuito delle radio nazionali.

Effettivamente è stata una sensazione molto strana, quando la label ci ha mandato un sms per avvertirci che saremmo andati in onda su Viva Radio Due” ci confessa con semplicità Andrea, mentre sorseggia il suo Amaro del Capo. “Eppure ‘La Nobile Arte’ è programmata su Virgin Radio e su Mtv. Ma il discorso di Fiorello è diverso: è stato come vincere una sfida: quella di riuscire a fare qualcosa di comunicativo, di pop, pur dicendo cose abbastanza bizzarre e non ‘ti amo…’“.

Il rock nervoso dei Calafuria prosegue sul palco, tra stille di sudore e la condensa delle emozioni, animando le restanti tracce dell’album. “Di Getto” sembra spadroneggiare sulle altre undici invenzioni, e il pubblico lo intuisce, perché ne conosce a memoria i testi.
Tuttavia non c’è nessuno che poghi o salti. La sala, al contrario, guarda, ammira, contempla la capacità dei Calafuria di inserire nel loro repertorio sprazzi di Korn, di pop, di punk.

È vero: nel nostro disco c’è anche del pop: magari lo mettiamo giù in una maniera super aggressiva. Ma abbiamo svariate influenze: tutti gli anni ’90, innanzitutto, che è il periodo in cui musicalmente siamo cresciuti.”. Andrea fa qualche nome: “Helmet, Faith No More, Fugazi sono tutti presenti nel nostro sound. Ma in realtà, anche mille altre cose. Io, per esempio, ascolto molto jazz, vecchio prog italiano come gli Area, ecc.

Il pubblico segue soprattutto i testi e li grida pedissequamente. Perché i Calafuria non si vergognano della loro appartenenza allo stivale e cantano in italiano.

Secondo me la pecca di tante band che fanno musica pesante è di cantare in inglese anche se siamo in Italia. Per questa abitudine, esse finiscono per fare le cose in maniera approssimativa, perché nessuno può seguire ciò che dicono. In gran parte, scimmiottano quello che viene dagli USA. Scrivere in italiano, invece, ti obbliga a seguire un senso. C’è la complicazione di quello che dici, devi essere sempre sul pezzo, devi stare attento a quello che comunichi perché altrimenti fai brutta figura se dici sciocchezze“.

Il concerto scivola via e termina con la stessa immediatezza e facilità con cui è iniziato. Esso, alla fine, è l’essenza stessa dei Calafuria: un’improvvisazione, un fenomeno nato senza presagi o sintomi. E questo è tanto più raro quanto più si considera la grave malattia che infierisce sul mercato italiano.

La pubblicazione dell’album!” Andrea ci confessa il momento più difficile del loro iter musicale. “Avevamo finito l’album, dopo anni che suonavamo nei locali. Ci avevamo lavorato un sacco di tempo. Avevamo il master tra le mani ed eravamo alla ricerca di una label che ce lo pubblicasse. La Massive Arts, che ci promuoveva, ha iniziato a scandagliare tra le etichette interessate. Abbiamo avuto una proposta da H2O, una costola della Sony, un’etichetta digitale, che ci ha tenuto in ballo per ben sei mesi. E poi ci ha mollato. Ci hanno detto che era cambiata la gestione. Sei mesi di inattività è davvero tanto per una giovane band! È stato terribile … “.

Nella musica dei Calafuria si sente ancora la rabbia e la voglia di riscattare un passato trascorso nell’anominato.

“… Così poi abbiamo deciso di pubblicare con il Massive Arts in maniera indipendente, ma pur sempre con una produzione e distribuzione professionale.
Ci siamo resi conto, da questa esperienza, che in Italia ci sono ancora strutture e mentalità obsolete: Ci dicevano “c’è Sanremo e quindi non deve uscire il disco…” Ma noi cosa ci entriamo con Sanremo?
Quando siamo stati a suonare negli USA, a Nashville, abbiamo visto che lì la musica è un vero e proprio mestiere! Fai quello e basta! E poi succede tutto molto prima. Quello che noi arriviamo a fare a 30 anni, lì un diciottenne lo ha già fatto.

Si chiude il repertorio, purtroppo ancora limitato, dei Calafuria. Che promettono di tornare a breve in studio di registrazione per iniziare i lavori del secondo album. Il pubblico prende i capotti, mentre finisce l’ultima birra. Ma la bocca ancora impasta i motivetti. Si tratta, in fin dei conti, di canzoni, con la loro vena melodica dissacrante ed in controtendenza, frutto di scelte tanto intelligenti quanto coraggiose.

E la follia dei Calafuria, più simile a quella dei Faith No More che non a molte altre band del panorama italiano, proviene proprio dalla loro genialità. Del resto, se è vero che “Ci vuole stile per andare in manicomio“, loro ci andranno di sicuro sopra un tappeto rosso.

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