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La responsabilità colposa del portale di sharing

Pende, presso la Corte di Los Angeles, un caso che, molto probabilmente, quando verrà definitivamente deciso sarà suscettibile di determinare un nuovo assetto nelle geometrie della rete.
Coinvolta nel giudizio è la Veoh, citata in tribunale dalla UMG perché ritenuta responsabile di aver messo a disposizione, sul proprio portale, contenuti multimediali la cui proprietà spetterebbe invece a quest’ultima. In particolare – si legge nell’atto di citazione – la Veoh non avrebbe vigilato preventivamente sulle attività dei propri utenti, né avrebbe monitorato gli upload onde evitare la circolazione di contenuti coperti da copyright.

Ma la società che gestisce il portale è riuscita, sin’ora, a provare la propria condotta incolpevole nella causazione dell’evento dannoso, dimostrando di aver raccomandato ai propri utenti di non abusare del materiale protetto e di aver prontamente rimosso quanto caricato senza l’autorizzazione del titolare dei diritti d’autore: in altre parole, dimostrando di aver fatto tutto il possibile per evitare che l’illecito si verificasse.

Circolano le prime indiscrezioni sugli esiti del giudizio, complice una stampa – quella statunitense – ormai specializzata nel seguire e commentare i casi più popolari.
Sembra che la Veoh la spunterà. E ciò perché il DMCA stabilisce che gli intermediari non hanno responsabilità qualora dimostrino di non essere a conoscenza delle violazioni commesse attraverso i servizi che essi offrono. In termini più tecnici, i giudici americani sarebbero propensi a ritenere la responsabilità del titolare di un portale solo di tipo colposo e non di tipo oggettivo.

Ci permettiamo, qui, una breve digressione sul significato di questi ultimi due termini.
La responsabilità è di tipo colposo quando deriva da una condotta negligente, imprudente o imperita dell’autore. Qualora, dunque, venga rilevata tale partecipazione psicologica dell’agente, il giudice emetterà una sentenza di colpevolezza.
Diverso e più ampio è il caso della responsabilità oggettiva, la quale invece ricorre a prescindere dalla partecipazione del soggetto all’evento: questi, infatti, potrebbe anche aver tenuto una condotta incolpevole e tuttavia verrebbe ugualmente condannato. È il caso, per esempio, dei danni compiuti da un animale, di cui è sempre e comunque responsabile il proprietario (a prescindere dalla sua partecipazione colposa o dolosa all’evento), sia anche qualora l’animale gli sia sfuggito o si sia smarrito (salvo che provi il caso fortuito).

Ebbene, nessuna responsabilità oggettiva sembra, al momento, profilarsi per la Veho e, quindi, per i gestori di un portale internet (i cosiddetti intermediari della rete), il cui ruolo non rischia di divenire quello di vigilantes nel nome del diritto d’autore. La semplice messa a disposizione di un servizio non costituisce di per sé partecipazione all’eventuale condotta illecita da parte del fruitore del servizio stesso.
Se garantire accesso agli utenti può creare una responsabilità – hanno argomentato i giudici californiani – i fornitori di servizi sarebbero enormemente scoraggiati dall’operare la loro basilare, vitale e salutare funzione di fornire al pubblico l’accesso all’informazione e ai contenuti“.

Nel nostro sistema giuridico, la responsabilità civile è colposa o dolosa. I casi di responsabilità oggettiva sono solo quelli tassativamente indicati dalla legge e non sono suscettibili di applicazione analogica.

Molto probabilmente, dunque, anche i nostri giudici potrebbero essere indotti a ragionare allo stesso modo dell’adita corte americana.

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