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La responsabilità penale dei blogger

Il nome di Roberto Mancini non è legato solo ad una maglia nero blu. Ce n’è un altro, apparentemente meno famoso, che vanta un diverso vantaggio e di cui, forse, si parlerà a lungo: si tratta, infatti, del primo italiano condannato per il contenuto del proprio blog. Il Tribunale di Aosta, infatti, nella sua sezione penale, ha ritenuto Mancini responsabile di diffamazione avvenuta attraverso le pagine del blog www.ilbolscevicostanco.blogspot.com di cui questi è titolare.

La vicenda vede il sedicente generale Zhukov – uno pseudonimo dietro il quale gli inquirenti hanno successivamente scoperto esservi lo stesso Mancini – firmare diversi articoli di accusa nei confronti della classe politica valdostana (in particolare, contro alcuni esponenti dei DS).

Il reo, giornalista pubblicista ed ex vicepresidente dell’Ordine dei giornalisti della Valle d’Aosta, ha subito una condanna tutt’altro che lieve, ma può consolarsi, se non altro, con la notizia che il suo sito, benché nato da pochi mesi, ha fatto registrare, in poco più di un anno, ben ottantacinquemila contatti; e, di certo c’è da scommettere che la notizia della sentenza aumenterà il flusso migratorio verso di esso.

La sentenza è del 2006, ma di essa continua a parlarsi ancor oggi. La portata innovatrice della stessa ci fornisce la scusa per ricordare l’attuale stato della giurisprudenza in materia di diffamazione.

Non si discute sulla possibilità di configurare il reato di diffamazione attraverso le pagine di un sito internet o di un blog. Tuttavia, a tali strumenti telematici non si applicano le norme previste per le testate giornalistiche, se non quelle in materia di registrazione (che impongono l’onere di indicare il luogo ed il tempo della pubblicazione, il nome dell’editore, ecc.). Il discorso non è di scarso valore, poiché si lega al tema non secondario dell’applicazione delle aggravanti.

Le attenuanti e le aggravanti del reato sono circostanze che possono accompagnarsi alla condotta criminosa (per es. l’aver commesso un crimine con efferatezza, infliggendo diverse decine di pugnalate) e che, se riconosciute dal giudice, comportano rispettivamente una diminuzione o un aumento della pena.

Ebbene: i giudici ritengono applicabile, ai reati di diffamazione, posti in essere attraverso una pagina internet, l’aggravante dell’”uso del mezzo di pubblicità”: di conseguenza, la condotta viene considerata più grave, e la pena aumentata, per via della particolare capacità divulgativa del mezzo telematico. È esclusa invece l’applicazione dell’aggravante della “diffusione a mezzo stampa” e delle conseguenti e più gravi sanzioni previste dalla legge 47/1948 per i prodotti editoriali cartacei, posto che la precisa formulazione di tale norma richiede che il reato sia commesso attraverso la stampa.

Non possiamo tuttavia esimerci dal segnalare l’enorme incongruenza del nostro sistema, che punisce in modo completamente diverso due condotte, che, di fatto, sono integralmente equiparabili: le diffamazioni commesse attraverso la stampa tradizionale e quelle attraverso la stampa on line.

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