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La ricerca della felicità

Persona estremamente cordiale e disponibile, Adrian Sitaru, regista di “Pescuit Sportiv” (“Hooked”): incontrato presso il nostro stand, ha risposto con grande gentilezza, in modo esauriente, alle molte curiosità suscitate dal suo film.

Un film aperto a molte interpretazioni, peraltro: numerose ombre avvolgono la figura di Ana, o Violeta che dir si voglia, la prostituta, e altrettanto numerosi sono i punti di vista attraverso I quali è possibile osservarla. Alcuni, ad esempio, suppongono sia una sorta di angelo che, giunto miracolosamente dal cielo, aiuta in maniera inusuale Mihai e Mihaela. Ma è proprio Sitaru a sottolineare che realizzando il suo film non ha pensato a nulla di soprannaturale: i suoi personaggi sono concreti e il modo di fare di Ana è sì strano, forse un po’ folle, ma del tutto adeguato al tipo di ruolo che ricopre. Viene posta molta attenzione infatti alla psicologia dei personaggi, così come ai dialoghi, articolati e realistici. Non sarebbe sbagliato affermare che l’anima del film sono proprio essi: dominando sempre la scena, fanno passare in secondo piano l’esiguità dei luoghi e degli attori del film.

Altri punti critici, la conclusione del film, così come l’ampio uso della soggettiva in prima persona: ognuno – ha ulteriormente chiarito il regista – può dare la sua personale interpretazione della storia e del finale. Usando la ripresa in soggettiva, invece, lo spettatore ha modo di immedesimarsi maggiormente nei vari personaggi e osservare il tutto da molteplici punti di vista, ciascuno di noi è libero di immaginarsi il proprio finale. Nel film ricorre la somma di 5 lei (la valuta in corso in Romania): “non volevo lanciare un particolare messaggio sfruttando questa ricorrenza” sostiene Sitaru, “mi sembrava solo curioso che 5 lei fosse il costo di un pacchetto di sigarette, di una prestazione sessuale ed altre simboliche necessità. Allo stesso modo non c’è un motivo specifico per cui i due amanti si chiamino in modo simile (Mihai e Mihaela), mi piacevano questi nomi e glieli ho dati.”

La figura più misteriosa, strana, originale – insomma: la più riuscita – è di certo quella di Ana. Questa persona sfuggente, con la sua semplicità, con la schiettezza e la sfrontatezza, con quel suo carattere quasi primitivo, riesce a colpire a fondo nell’animo della gente, trascendendo gli ideali, le barriere del pregiudizio, ma al tempo stesso non giudicando, dicendo solo con tutta sincerità quello che pensa. “In molti mi hanno chiesto” – ha raccontato il regista – “come faccia Ana a stare in acqua se in precedenza aveva affermato di non saper nuotare, come possa uscire viva dal lago, e a raggiungere il bosco? Tutto questo non pareva logico. Il fatto che Ana abbia sostenuto di non saper nuotare non significa che non sappia farlo davvero: lei sottopone la coppia a vari test, in modo da metterli alla prova e far capire loro cosa vogliono davvero e quanto tengono l’uno all’altra. E ci riesce: per Mihai e Mihaela la storia ha un happy ending, riescono a trovare la felicità. Perché donare la felicità è proprio lo scopo della prostituta, che non esegue il suo lavoro al solo fine di guadagnare, ma lo fa anche per un ideale. Spesso bisogna trovare compromessi, soprattutto per quanto riguarda il lavoro, ma senza sacrificare i propri ideali. Ana è il tipo di persona che non si lamenta per la sua condizione, ma la accetta e la sfrutta per perseguire ciò in cui crede“. Il merito del regista è, d’altra parte, proprio questo: aver saputo costruire una storia tanto interessante, misteriosa e densa di significati, per giunta con un budget limitato, impreziosendola con un personaggio extra-ordinario come quello di Ana, che nella sua leggerezza e apparente ingenuità racchiude un mare di sapienza, una saggezza decisiva per la conquista della felicità.

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