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La ricetta di MasaMasa: “Devi seguire la tua follia” [INTERVISTA]

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Se esiste un aggettivo nel nostro vocabolario per descrivere la musica di MasaMasa, il termine giusto sarebbe “Straripante“. Lo conferma “Fernando Alonso“, il disco d’esordio pubblicato lo scorso 11 settembre per Sei La Mia Vita. Un album che rientra nel genere Graffiti Pop ma che vive di vita e soprattutto di luce propria, contrassegnato dalla scrittura prettamente personale dell’artista campano che, per l’occasione, ha anche mostrato il suo lato più intimo in tracce di significativa bellezza, una tra tutte “Timidezza“.

Abbiamo scambiato quattro chiacchiere con MasaMasa, parlando della genesi della produzione discografica, del suo modus operandi creativo e di molto altro.

Federico, nonostante il tuo nome circoli nell’ambiente da diverso tempo hai deciso di pubblicare soltanto adesso il tuo primo disco di inediti. Hai catturato infatti l’attenzione del pubblico con “Friendly” addirittura nel 2018. Cosa è cambiato da allora?

Dal punto di vista personale sono cambiate tante cose, anche quindi nel contenuto di ciò che dico nelle canzoni, strettamente condizionate dal periodo che ho vissuto. Sono cresciuto come persona, mi sono preso delle responsabilità, avevo voglia di dire determinate cose. Il fatto di scrivere un disco senza i social network, senza avere piattaforme moderne di ascolto, mi ha permesso di concentrarmi e di trovare le forze per dire delle cose che avrei sempre voluto dire, prima invece non c’era né il tempo né lo spazio.

Fernando Alonso”, titolo che prende spunto dal carattere irascibile del celebre pilota di F1, stupisce per la sua varietà a livello di costruzione dei pezzi oltre che sonora; stai ancora cercando la tua direzione oppure è proprio la varietà il tuo marchio di fabbrica?

Sicuramente è una caratteristica che avrò sempre; questo disco è contento di essere moderno: sono consapevole del fatto che ormai di un album prendi quello che ti piace: anche del mio artista preferito ci sono sempre quei due-tre brani davvero troppo distanti tanto da non salvarli dalla libreria Spotify, dunque salvo le mie cose preferite: io ho ragionato dicendo: faccio tutto quello che voglio fare, poi tu salvati quello che ti piace. Ad alcune persone poi è piaciuto tutto e questo mi ha fatto davvero piacere. Ma nella mia testa l’incoerenza regna sovrana, faccio quello che mi pare, e sono sicuro che questa peculiarità, come dicevo, l’avrò per sempre.

Timidezza” è certamente l’episodio che più mi ha colpito di tutto il disco. L’impressione è che se parli di te, della tue fragilità e dei tuoi problemi, il messaggio a chi ascolta arrivi fortissimo. Puoi raccontarci della sua genesi?

“Timidezza” è il pezzo più personale del disco. Della genesi non saprei. Io non scrivo i testi. Nel senso, mi metto al microfono, improvviso e taglio le parti che mi piacciono, non dò titoli. Di certo esprimere delle cose personali ti aiuta a comprenderle e analizzarle come se fosse un processo terapeutico, però è anche vero che diventano pubbliche, come la tua personalità diventa pubblica. E magari chi parla con te già ti conosce un po’, quindi è un’arma a doppio taglio.

Il tuo genere, se proprio dobbiamo fare delle forzature di questo tipo in questi tempi così fluidi, appartiene al Graffiti Pop. L’aspetto interessante è però che “Fernando Alonso” ha ben poco a che fare con ciò che producono i tuoi colleghi. Risulta quindi coerente al genere ma diversissimo nel taglio…

Mi ha aiutato molto non aver pensato alle playlist e alle collocazioni precedenti per fare il disco: ora il modus operandi è fare i pezzi playlistabili. Io avevo bisogno di staccare, avevo bisogno anche di togliermi appunto quei soliti nomi dalla testa: poi i tempi sono cambiati; prendi “Blondie” di Frank Ocean, prima non era collocabile da nessuna parte, ora ha creato un genere a parte. Secondo me devi eseguire la tua follia, se è compatibile con la tendenza del momento ci voli, altrimenti cerchi di crearla.

Prima accennavi al tuo metodo di composizione. Ti affidi sempre a una base oppure riesci a scrivere pure a pensiero libero senza musica?

Scrivo molto vedendo immagini, dopo metto a tempo quello che ho visto: io noto proprio uno stacco tra un pezzo improvvisato e uno no, c’è uno stacco di pensiero, poi ci puoi mettere ordine quanto vuoi ma le sensazioni del momento sono irrefrenabili: “timidezza” non l’avrei mai scritta su un foglio, con il freestyle magari fai una take di 20 minuti e in questi minuti c’è la chiave per tutto. Jay Z lo faceva, si faceva mandare la base venti volte e aggiungeva una base alla volta. Prima del disco non c’ero mai riuscito, stavolta invece mi sono trovato benissimo.

Nell’album, oltre ovviamente alle sfumature black, ho trovato anche qualcosa di Dargen D’Amico. Ho preso un abbaglio?

Sicuramente Dargen è sempre stato nei miei ascolti, da quando neanche capivo cosa diceva. Non c’è un tributo, inevitabilmente essendo molto presente nei miei ascolti è presente anche nella mia musica, così come la black music: non mi va di passare per l’ennesimo artista che si mette in bocca la parola black music. Io ho vissuto a Berlino e ho un incredibile rispetto per una cultura non mia. Mi sembra come quando un artista italiano dice che la sua grande ispirazione è Pino Daniele quando magari non parla neanche la sua lingua. Ho ascoltato tanta black music, mi piace, così come il neo soul, D’Angelo ed Eryka Badu, ma non mi sono però messo a tavolino pensando a questo genere. Solo Pino Daniele forse è stata una ispirazione vera, abbiamo analizzato alcune sue formule. Gli altri sono tutte ispirazioni “indirette”.

A proposito di creatività. Come hai vissuto il periodo di quarantena? Tu per comporre il disco hai fatto un isolamento volontario, staccando da tutto, prima dell’avvento della pandemia. Come ti sei trovato invece con l’isolamento forzato, sei riuscito a buttare giù qualcosa?

Niente. Mi sono completamente distaccato, sono rimasto bloccato a Torino, mi sono comprato una Play,Station, ho mantenuto i lrapporto con il mio collettivo “Sei la mia vita”. Ho comprato sì un microfono di 30 euro per abbozzare qualcosa ma poi, solo farti un esempio, con la chitarra disturbavo i vicini; ho preso quindi delle cose futili, non avevo mai comprato una Play in vita mia: mi ha aiutato molto e mi ha aperto anche a quel mondo che prima non conoscevo.

I tempi sono quelli che sono: ma c’è un piano per qualche date?

Da noi a Napoli si dice “Siamo sotto’ o cielo“. Qualcosa si muove ma programmare un tour è ovviament too much, soprattutto per gli artisti emergenti.

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