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La rivincita italiana al Lido

“La Doppia Ora” è indubbiamente la sorpresa che si attendeva, il riscatto dopo la tristezza per l’occasione mancata de “Il Grande Sogno”. Una volta tanto la conferenza stampa si svolge in un clima rilassato e aperto, in cui si riesce ad entrare nel contesto del film, della sua lavorazione, e a scoprire alcuni aspetti curiosi…

Iniziamo con una domanda provocatoria: qualora vi trovaste a rifare il film, chi vorreste ad interpretare le parti di Sonia e Guido?
Giuseppe Capotondi: Ci abbiamo pensato, a questo sogno, insomma…di rifarlo con Naomi Watts e Clive Owen ad esempio.

Filippo Timi: Sì, infatti io se potessi affidare questo film che apprezzo molto ad un bravo regista americano… (risate in sala, ndr) Ecco io porterei tutti i miei straordinari colleghi attori di questo film a Hollywood.

Ksenia Rappoport: A parte il fatto che non posso non essere d’accordo con Giuseppe, perché Naomi è un’attrice che stimo e mi piace molto, non mi sento di rispondere a questa provocazione…Ormai sono già così ferita dalle sue parole che non mi fa più male niente!

Nelle opere prime c’è una sorta di carica esistenziale e creativa, che uno mette interamente nel film…
Stefano Sardo: “La Doppia Ora” è un’opera collettiva, un soggetto scritto a sei mani. Già in questo evita la cifra autoreferenziale tipica di un film d’esordio. Inoltre, non è un’opera prima per noi sceneggiatori, è stata semmai la prima volta che collaboravamo insieme ad un progetto come questo.

Nicola Giuliano: Un esordio, dal nostro punto di vista, costituisce un progetto gratificante e stimolante. Perché l’affiancamento che possiamo attuare e la cura che possiamo riporre su ogni dettaglio all’alba di una carriera di un promettente regista rientrano nella professionalità che si dedica ad ogni aspetto della produzione di un film. È questo il bello del nostro lavoro.

Una domanda rivolta ai primi attori: qual è stata la sfida di interpretare i personaggi che avete portato in pellicola?
F.T.: La sfida c’è sempre in qualsiasi ruolo. Del personaggio mi piaceva molto il suo tratto di bontà, velatamente cinica, ma che quando si innamora ritorna a mettersi in gioco. Dal mio punto di vista ho interpretato il ruolo di un uomo che tenta in tutti i modi di non lasciarsi andare, e appena si lascia andare inizia a soffrire. La cosa più difficile è stata quella di indagare su cosa significa lasciarsi ferire e mettersi in gioco sul lato dei sentimenti.

K.R.: Personalmente la sfida più dura è quel gioco tra sogno e realtà, perché la parte più importante del film è costruita intorno al sogno di Sonia. Una donna raramente ha una visione pura della realtà, perché la modella su quello che vuole vedere. Pensiamo all’atto di guardarsi allo specchio, anche lì una donna vede quello che vuole vedere. Nel sogno vedevo Sonia diventare più buona. Quindi mi sono a lungo interrogata su come potevo recitare per differenziare Sonia da quella proiezione di se stessa che sognava. La sfida è consistita nel trovare quella nota di distinzione tra la lei reale ed il fantasma di Sonia.

Hai subito pensato ai due attori come interpreti della storia?
G.C.: Da subito. Sin dalla prima modifica della prima stesura abbiamo cambiato parte della sceneggiatura per meglio adattarla ai ruoli di Filippo e di Kseniia. Anche se Filippo si è fatto pregare…

F.T.: Ero su un altro set, quello di “Vincere”, di Marco Bellocchio!

G. C.: Infatti ti ho fatto un provino piuttosto duro dopo, hai anche finto di avere un infarto…

F. T.: Ho fatto questa audizione con 4 scene. Ero piuttosto provato perché avevo appena terminato di girare “Come Dio Comanda” di Gabriele Salvatores, e stavo per fare il film di Marco Bellocchio. Uscivo dalla parte di un nazista ed entravo nella parte di Mussolini, perciò l’umore era più quello di sedermi a casa a guardare Walt Disney con la famiglia. Sentivo però che avrei dovuto comunque fare quest’incontro. Mi sono fidato del mio agente, il quale mi ha spiegato come la Indigo fosse brava ad azzeccare le opere prime, e mi sono detto: “Vediamo che cosa hanno pensato questi due pionieri”. Sono arrivato al provino; la scena da recitare era quella dello speed date e dovevo farlo insieme ad una assistente. Questa assomigliava incredibilmente a Monica Bellucci, tant’è che ad un certo punto mi sono convinto che fosse proprio lei. Mi sono trovato in difficoltà per l’emozione, e quando non ho retto più ho finto un infarto. (Risate, ndR)

Una domanda a Francesca Cima della Indigo: ci racconta la vostra vocazione, o meglio, specializzazione sulle opere prime?
Francesca Cima: L’opera prima ha un’energia ed un entusiasmo che un po’ ci appassiona e un po’ ci diverte costruire. Noi li consideriamo come delle produzioni di rilievo. Cerchiamo di dare ad un esordiente le stesse possibilità di un regista che normalmente è arrivato alla seconda o terza opera. Con gli stessi tempi di realizzazione, senza per forza ricorrere ad un cast al risparmio.

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