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La sbornia senza fine

I Black Label Society sono la creatura commercialmente più riuscita del buon Jeffrey Wieland in arte Zakk Wylde, da sempre voglioso di muoversi secondo le proprie esigenze al di fuori dell’impero Osbourne.

Dopo il pluripremiato “No More Tours” del 1992 con il quale Ozzy cercò di dare a tutti a bere un suo ritiro dalle scene, infatti Zakk, così come il drummer Randy Castillo ed il bassista Mike Inez si ritrovarono liberi da impegni col Madman. Proprio allora Zakk mosse i primi passi autonomi ed arruolato James Lomenzo al basso e Brian Tichy alla batteria sforna un disco fortemente influenzato dal southern rock a nome Pride & Glory, che purtroppo non ottiene il successo meritato.

Fallito un suo paventato ingresso nei Guns N’ Roses, un paio di anni più tardi un ispirato Zakk Wylde sforna a proprio nome un CD quasi interamente acustico intitolato “Books Of Shadow” riprendendo nel frattempo anche l’attività con un redento Ozzy Osbourne.

Passato quasi inosservato anche questo progetto discografico, il biondo guitar hero mette pertanto in piedi una apparente band iconograficamente molto alcolica e bikeristica a nome Black Label Society, nome preso dal whiskey preferito dal sempre più alcolico Zakk.
[PAGEBREAK] Proprio con questo progetto il lato più violento e selvaggio del musicista americano viene esplorato in lungo ed in largo nell’arco di una discografia monolitica che copre una carriera lunga ad oggi già 12 anni.

Molti i musicisti che han fatto parte della società dell’etichetta nera nell’arco degli svariati album e tour intrapresi. Il solo Nick Catanese, eccellente chitarrista clone di Wylde stesso, è da sempre al fianco di Wylde in tour. Tra i vari membri passati nella band ci sono anche vecchie conoscenze come James Lomenzo e Mike Inez, Robert Trujillo, Craig Nunemacher e molti altri.

Va però detto che la parabola dei BLS rappresenta anche il limite di uno Zakk Wylde oramai confinato entro un ruolo e da una certa monotonia musicale e tematica di una band che si è creata un’iconografia pericolosamente stantia. Il target prevalentemente bikeristico scelto da Wylde per questa sua creatura ed il successo conseguitone in tali ambiti, pone infatti una sorta di regola non scritta secondo la quale le cose non possono cambiare più di tanto.

Ecco pertanto che la versatilità musicale di uno Zakk del periodo di “No More Tears” o di “Pride & Glory” o dell’intimismo cantautoriale del CD solista del 1996 viene a poco a poco totalmente sacrificata in nome del solito riffing brutale e dei rinomati ed inconfondibili solo, o delle sguaiate e ubriache vocals sfornate a raffica dal chitarrista.
[PAGEBREAK] E se da una lato pertanto il chitarrista continua ad essere osannato per la sua rozza ma indiscutibile tecnica e capacità, unite ad un’attitudine molto macho e rock n’ roll, non si può non denotare una preoccupante e progressiva involuzione stilistica e compositiva nel procedere della carriera discografica del progetto.

E di certo “Order Of The Black”, l’ultimo nato in caso BLS, non risolleva di certo gli animi in tal senso proponendo dei puri esercizi di stile che si perdono nei meandri della discografia di Wylde. Può anche essere significativo in tal contesto il fatto che Ozzy stesso abbia allontanato il suo pupillo dopo tanti dischi e tour fatti insieme dichiarando di non volere che il suo materiale suonasse sempre più come i BLS.

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