Home > Interviste > La Sicilia di Van Gogh

La Sicilia di Van Gogh

«Si tratta di un film particolare, radicale, un film di poesia, di ricerca e di viaggio» così Pasquale Scimeca presenta il suo “Il Cavaliere Sole“, proiettato dell’ambito delle Giornate degli Autori.

«Si tratta un film che esula dalla mia normale produzione e idea di cinema – continua Scimeca – è un progetto che nasce si commissione, grazie ai finanziamenti europei del POR (Programma Operativo Regionale), come un documentario d’arte. In realtà poi dall’incontro con Franco Scaldati, è venuta l’idea di raccontare la Sicilia partendo non da un preconcetto ma da una possibilità di scoperta, cosa che può apparire strana se si pensa che sia io che Scaldati siamo nati e vissuti in Sicilia.
Il punto di partenza è l’idea di Scaldati di rimettere in scena Il Cavaliere Sole, dopo più di vent’anni, spettacolo che, insieme al Pozzo dei Pazzi ha reso Scaldati uno dei più importanti innovatori della drammaturgia dei primi anni ’80, attraverso una ricerca rivolta soprattutto al valore poetico della lingua siciliana. La sua compagnia teatrale, chiamata la Compagnia del Sarto, era composta da non professionisti, persone provenienti dai quartieri popolari di Palermo.
Il film racconta un viaggio che segue una doppia strada, essendo sia un viaggio fisico ed esteriore ma anche un viaggio interiore che ha come tema la follia. Viviamo in un tempo che nel suo voler essere a tutti i costi materialista, tende ad escludere anche la follia dell’arte e della poesia. Tutto è ridotto a merce, tutto è subordinato all’imperativo di voler piacere al pubblico. I folli, i poveri, tutti coloro che non rispecchiano certi canoni deve essere nascosto e non essere visto.
È necessario che chi ambisce a fare dell’arte sia critico con il potere».

Oltre al valore poetico della lingua esaltato dal lavoro di Scaldati, dal film emerge anche una forte attenzione alla musicalità della lingua stessa. È così?
Si. Non si tratta di una lingua stereotipata, che vuole adeguarsi ad un gusto prestabilito. È un lavoro che vuole mettere in scena l’anima della lingua popolare, la lingua vera, che conservi però un senso per i nostri giorni, che non sia cosa vecchia.

Nel film si indugia molto sui paesaggi. Qual è stato il suo sguardo di regista sugli ambienti, anche in relazione ai personaggi che in questi spazi agiscono?
Anche i paesaggi hanno un valore poetico. Si tratta di un paesaggio arcaico, ma non solo – pensiamo alle inquadrature delle raffinerie. La bellezza non è solo quella arcadica della campagna. Ogni paesaggio può essere bello, basta saperlo guardare.
I personaggi hanno in un certo senso il ruolo di formichine, perse in questo mondo.

Chi ha curato la fotografia del film e quali scelte ha operato?
Il direttore della fotografia è Duccio Cimatti. La sua è stata una ricerca pittorica, satura di citazioni. C’è sicuramente Van Gogh. Cimatti è intervenuto materialmente, pittoricamente sui fotogrammi; in questo senso il film guadagna molto da una proiezione in pellicola.
È una fotografia intesa appunto come pittura, una fotografia per i tempi moderni, una fotografia che non sia solo al servizio del film ma che abbia una sua espressività autonoma.

Scroll To Top