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La storia degli Oscar: Dagli anni 70 ai giorni nostri

Eccoci alla seconda parte (qui la prima) del nostro breve viaggio nella storia degli Oscar, attraverso splendori e miserie delle pellicole vincitrici del premio più ambito, quello per il miglior film.

E riprendiamo dagli anni Settanta, un decennio qualitativamente eccelso dove i fuochi della “nuova Hollywood”(giovani registi di talento che prendono il controllo creativo e produttivo delle proprie opere), hanno positivamente contagiato gli stagionati, per la maggior parte, membri dell’Academy, che premiamo film epocali e sorprendenti, anticonformisti e importanti.

Elenchiamo interamente, a mo’ di esempio, la cinquina dei candidati al miglior film per il 1976: “Barry Lyndon“, “Quel pomeriggio di un giorno da cani“, “Lo squalo“, “Nashville” e “Qualcuno volò sul nido del cuculo“, poi risultato vincitore. Incredibile, vero? Cinque film di questo livello in competizione tra loro non si erano mai visti prima, e non si vedranno mai più successivamente.

La scelta, dunque, del film da segnalare e di quello da sconsigliare, in questa decade, diventa una mera questione di gusto personale. E la mia scelta (pur rimuginando fino all’ultimo su “Il padrino”, “Un uomo da marciapiede”, “Il cacciatore”) cade su “Io e Annie” (“Annie Hall”) di Woody Allen, trionfatore nel 1978, e omaggio di Hollywood ad uno dei suoi più grandi detrattori, che non andò a ritirare la statuetta e se ne rimase nella sua New York, a suonare il clarinetto insieme alla New Orleans Marching and Funeral Band all’interno del celebre Michael’s Pub.

L’importanza del film è nota, le scene di culto sono nella mente di tutti, ma è importante ricordare l’unicità della scelta. E’ molto raro che a vincere sia una commedia, genere storicamente bistrattato dall’Academy, e una poi strutturata in questo modo, atto d’amore intellettuale ed affettivo, giocata sui contrasti, un omaggio ad una città e ad una donna, a New York e alla meravigliosa Diane Keaton, all’epoca compagna di Allen e vincitrice anche della statuetta per la miglior attrice protagonista. Alvy Singer che si rivolge direttamente a noi spettatori, i discorsi convenzionali tra Alvy ed Annie nel circolo del tennis, con i sottotitoli che esplicitano i veri pensieri nascosti dalla patina delle parole, l’intervento diretto di Marshall McLuhan, tutte sequenze ormai entrate a pieno diritto nella storia del cinema.

Le “guerre stellari” lucasiane, che involontariamente contribuivano a sopprimere gli slanci autoriali di questa magnifica generazione di cineasti statunitensi, sconfitte dall’oggetto filmico più alieno di tutti, che si permette anche d’ironizzare ferocemente sul degrado culturale di Los Angeles e della sua “fauna”. Per tutti questi e per mille altri motivi, l’Oscar a “Io e Annie” merita di essere ricordato e segnalato.

Il peggior film della decade, invece, è quello che probabilmente avete visto tutti, e più volte, quindi la mia citazione non intaccherà minimamente la sua fama e la sua fruizione futura. Parliamo di “Rocky di John G. Avildsen, premiato nel 1977, che proprio quest’anno riceverà un ulteriore omaggio grazie al probabile premio come miglior attore non protagonista a Sylvester Stallone, per il settimo capitolo della serie. Non c’è nulla da aggiungere ancora su “Rocky”, vero e proprio fenomeno di costume e uno degli ultimi inni all’incontaminato sogno americano, se non che si trova nominato in questa sede più per la grande qualità dei suoi competitor di quell’anno, “Taxi Driver” e “Quinto potere” su tutti, che per effettivi demeriti. Grida vendetta soprattutto la statuetta al regista Avildsen, preferito a Lumet, Scorsese, l’Ingmar Bergman de “L’immagine allo specchio” e la nostra Lina Wertmuller, prima donna regista nominata nella storia per il suo “Pasqualino Settebellezze”.

Con gli anni Ottanta le cose cambiano velocemente e drasticamente, l’edonismo reaganiano imperante unito all’individualismo sfrenato fa sì che anche Hollywood produca pellicole orientate ai nuovi gusti del pubblico, con la tradizione che torna a rivendicare decisamente il suo primato rispetto all’innovazione.

Come miglior film di questa infausta decade, ho deciso di segnalare una coproduzione italobritannica, un kolossal realizzato dal più “internazionale” dei nostri cineasti dell’epoca: parliamo naturalmente del trionfatore del 1988, “L’ultimo imperatore” (“The Last Emperor”) di Bernardo Bertolucci (che precede, su un ideale podio, i comunque validissimi “Amadeus” e “Platoon“). Titanico progetto che unisce il gigantismo produttivo ad un raffinato gusto autoriale, il film dedicato all’ultimo imperatore della Cina Pu Yi è una grande metafora sulla rieducazione e sulla universale metamorfosi che subisce ogni essere umano, dai sogni di onnipotenza dell’infanzia ai doveri della maturità.

La prima produzione ammessa all’interno dell’antica Città Proibita, l’analisi della nascita di una nazione del XX secolo, la pittorica fotografia di Storaro premiata insieme a tutti gli altri contributi tecnici (saranno nove le statuette complessive). Possiamo anche fermarci qui, ma bisogna sottolineare ancora una cosa: non abbiamo più oggi un autore come il Bernardo Bertolucci dell’epoca, capace di pilotare una imponente macchina produttiva senza perdere un grammo della sua poetica, del suo sguardo, del suo tocco d’autore. Un unicum assoluto, probabilmente irripetibile.

Conscio, dopo “Rocky”, di tirarmi ancora addosso improperi e contumelie, il film dimenticabile che segnalo è quello che apre la decade, nella Notte del 1980: il famosissimo “Kramer contro Kramer” di Robert Benton. E, ancora una volta, è più che altro colpa dei suoi avversari: come preferire questa storia di un dramma familiare a capolavori come “Apocalypse Now“, “All That Jazz” e “Oltre il giardino?” Dustin Hoffman e Meryl Streep, premiati anche come migliori attori, pilotano con la loro innegabile bravura un melodramma in fin dei conti abbastanza convenzionale, con musiche a commento che spesso precipitano il tutto nel più stucchevole manierismo. Questa roba qui a Hollywood fa ancora presa, e il livello oggi si è anche notevolmente abbassato (vedi il candidato di quest’anno “The Danish Girl“, per fare solo un esempio).

Proseguiamo a grandi passi, e l’approdo agli anni Novanta ci porta ormai a parlare di cinema contemporaneo, ancora ben presente nella mente degli spettatori. Una decade contraddittoria e piena di alti e bassi, di vette assolute e crepacci senza fondo. Anche qui si tralasciano film anche meritevoli (“Il silenzio degli innocenti“, “Forrest Gump“, “Titanic“) per concentrarsi sull’elegia definitiva di un genere e di un mondo, su un western ammantato di noir, sul capodopera di un artista fino ad allora sottovalutato: siamo nel 1993, e il film in questione è naturalmente “Gli spietati” (“The Unforgiven”) di Clint Eastwood.

Quasi l’ultimo western possibile prima dell’ondata di riletture postmoderne o neoclassiche che hanno rivitalizzato il genere nel nuovo secolo, esperimenti di Quentin Tarantino su tutti. Grandi temi come la sete di giustizia, la moralità nel ricercarla, il male connaturato alla natura umana, vengono porti allo spettatore attraverso una scabra vicenda con protagonisti uomini e donne forti e allo stesso tempo fragili, che esplorano luoghi dell’animo raramente presenti precedentemente in maniera così smaccata nella codificata struttura del western classico. Eastwood, anche attore, e i suoi splendidi coprotagonisti (Morgan Freeman, Richard Harris, il premiato Gene Hackman), danno corpo e anima ai personaggi messi su carta da David Webb Peoples, Hollywood tributa la standing ovation e noi con loro.

Il decennio si chiude, invece, come peggio non si potrebbe, passando anche, nel 1996, dalla probabile peggior cinquina di candidati di sempre (“Apollo 13“, “Babe“, “Il postino“, “Ragione e sentimento” versione Ang Lee, e il premiato “Braveheart“). L’ultima notte degli Oscar del secolo che ha accompagnato il cinema dai primordi alla maturità, quella del 21 marzo 1999, lascia agli annali uno dei premiati peggiori di sempre. Una notte che noi italiani ricordiamo principalmente per il trionfo di Roberto Benigni e del suo “La vita è bella“: possiamo dire oggi, a distanza di sicurezza, che il premio come miglior attore era da ritenersi eccessivo se la competizione era con Edward Norton, Nick Nolte Ian McKellen? Hollywood credeva forse di aver scovato in Italia un nuovo Chaplin, per poi ricredersi precipitosamente dopo il disastroso “Pinocchio”?

Ma torniamo al (tutt’altro che) miglior film: “Shakespeare in Love” di John Madden è davvero un film modesto, praticamente scomparso dalla memoria collettiva nonostante il successo dell’epoca e la forma, sempre popolare, di commedia romantica. Un trionfo dell’aggressiva strategia pubblicitaria della Miramax, che riuscì a soffiare la statuetta a “Salvate il soldato Ryan“, di sicuro non lo Spielberg migliore ma sicuramente di un livello nemmeno paragonabile alla storiella del giovane Bardo Joseph Fiennes e della sua musa Gwyneth Paltrow, che trionfò come migliore attrice giovanissima e probabilmente troppo presto.

Ed eccoci agli anni Duemila, che accorpiamo in un quindicennio per la vicinanza temporale e la relativa inflazione dei film premiati, ancora visti e nominati su siti e riviste specializzate o meno.

L’ultimo film che vi segnalo è quello che apre il nuovo secolo, premiato il 26 marzo del 2000, una perfetta commistione tra i rimandi e gli omaggi al classicismo e la proposizione di tematiche “moderne” nella narrazione e nello stile: parliamo di “American Beauty“, il folgorante esordio alla regia del registra teatrale Sam Mendes.

Un film che ha nella perfezione il suo paradossale limite, nella programmaticità calibrata di ogni avvenimento l’emergere di una struttura quasi soffocante. Ma è davvero una gioia per gli occhi e la mente, con personaggi indimenticabili (il Lester di Kevin Spacey, alla sua seconda statuetta personale dopo I soliti sospetti, è il padre e l’amico che tutti noi vorremmo avere), lo script di Alan Ball infarcito di battute brillanti e incisive, la fotografia di Conrad L. Hall, una delle migliori partiture musicali di accompagnamento di sempre a firma Thomas Newman. La cornice stile “Viale del tramonto” racchiude un racconto dove l’occhio è lo strumento dell’esplorazione privilegiato di ogni interazione umana. Una padronanza già incredibile del mezzo da parte di Sam Mendes, regista successivamente denigrato ma che rimane tra i miei preferiti del panorama odierno, che per me ha sbagliato davvero solamente in due occasioni, con l’algido “Era mio padre” e l’ultimo “Spectre”, un remake bondiano senza lo spirito e il cuore degli originali. Tutto il resto della sua filmografia è da vedere e rivedere, a cominciare da questo, e lo diciamo ancora una volta, vero e proprio classico moderno, che dipinge tutto l’horror vacui dell’American Beauty.

In chiusura, l’ultimo dell’elenco dei worst è di sicuro “Il discorso del re” di quel Tom Hooper in gara anche quest’anno, ma non personalmente, con il già nominato “The Danish Girl”, trionfatore nel 2011. Convenzionale palestra per l’istrionismo attoriale di Geoffrey Rush e del premiato Colin Firth, buttato giù dalla torre ancora una volta per l’ottimo livello dei suoi avversari. Come si fa a preferire la storia del re che impara a dichiarare guerra senza balbettare a film come “Il cigno nero“, “Il grinta“, “The Social Network“, “Toy Story 3” e “Un gelido inverno“?

Ma è sempre successo (come abbiamo visto) e sempre succederà, perchè le scelte dell’Academy riflettono quasi sempre le tendenze e i gusti maggioritari, e soltanto a volte le anticipano e le orientano. Come dicevamo all’inizio di questo viaggio, in questi 87 anni è successo tutto e il contrario di tutto. Quindi anche per quest’anno sarà davvero inutile accalorarsi, ma sarà come sempre inevitabile parteggiare. Riuscirà lo storico bis a Iñárritu con il suo “Revenant“? O prevarrà il solido procedurale giornalistico di “Spotlight“? O forse è tornato il tempo del dramma, e quindi prevarrà “Room“? O forse, a dodici anni di distanza dal megatrionfo di “Il Signore degli Anelli – Il ritorno del re”, è di nuovo tempo di grande cinema di genere, e quindi strada spianata a “Mad Max: Fury Road“? Quest’ultima opzione è la meno probabile, ma di sicuro è quella per cui in redazione tifiamo di più (viste le poche speranze del migliore di tutti a mio parere, il grandissimo “Il ponte delle spie“). Poche ore ancora e sapremo tutto, io vi auguro buona visione e vi do appuntamento a lunedì per il commento a risultati acquisiti dell’88esima Notte degli Oscar.

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