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La storia degli Oscar: Dalle origini agli anni 60

Ormai ci siamo: quando in Italia sarà la notte tra il 28 e il 29 febbraio, a Los Angeles saranno assegnati gli Oscar 2016. Uno dei modi per ingannare l’attesa può essere quello di viaggiare velocemente nel passato, ripercorrendo la storia di questo premio, amato o odiato ma comunque sempre al centro dell’attenzione e delle discussioni di pubblico e addetti ai lavori, che ha premiato nei suoi 87 anni di esistenza capolavori e film mediocri, pellicole importanti per la storia del costume di un’epoca o vecchio stile e terribilmente in ritardo sui tempi, insomma tutto e il contrario di tutto.

In questa cavalcata vogliamo proporvi una lista di consigli per la visione, di film rappresentativi e importanti anche al di fuori del loro preciso contesto spazio-temporale, e ci limiteremo anche a segnalare, più che a sconsigliare, altri film che invece dalle sabbie del tempo sono stati seppelliti.

Per ogni decennio, dunque, una pietra miliare e un film trascurabile, sempre a sindacabilissimo giudizio del sottoscritto. D’altra parte, il revisionismo irrispettoso che si diverte a distruggere opere già consegnate alla storia e la riscoperta di filoni e registi dimenticati, a volte anche ingiustamente, fanno sì che il discorso sul cinema passato e presente sia sempre in movimento, e la Settima Arte non è mai stata così al centro del discorso popolare e mediatico, forse, come in questa era social. Sul fatto che il discorso abbia guadagnato in profondità tendo a dubitare, che questo rappresenti il defibrillatore per un cuore inaridito dalla desertificazione crescente delle sale e dall’aggressione della gratuità della rete, invece, mi sembra inutile negarlo.

Due precisazioni: si parlerà solo di opere insignite della statuetta per il miglior film, e gli anni sono riferiti alla notte della premiazione, quindi ognuno di questi film è stato generalmente girato nell’anno precedente.

Iniziamo dagli anni Trenta, l’età d’oro di Hollywood che si protrarrà per tutto il decennio successivo, quella dei grandi generi, dei film in costume, dell’industria, insomma, al massimo del fulgore. Nel 1935 l’Academy premia “Accadde una notte” (“It Happened One Night”) di Frank Capra, il maestro italoamericano simbolo dell’epoca del New Deal rooseveltiano e successivamente presidente dell’Academy, Clark GableClaudette Colbert coinvolti in schermaglie amorose on the road in un film dalle struttura e dalle tematiche rivoluzionarie, pieno di scene intrise di una sensualità sottintesa e sussurrata per uno spettatore di oggi, esplosive per l’epoca (Clark Gable in canottiera!).

Vi divertirete tantissimo a riscoprire questa deliziosa commedia, un contenitore di sequenze successivamente usate, abusate e parodiate. Una su tutte? I due fanno l’autostop, e la Colbert solleva la gonna, fingendo di aggiustarsi la giarrettiera, ottenendo immediatamente uno stridìo di freni.

Il film sepolto del decennio, invece, è “Cavalcata” (“Cavalcade”) di Frank Lloyd, miglior film nel 1934, una scolastica rappresentazione di un dramma teatrale di Noel Coward, che attraversa trent’anni di storia britannica tra discrete scene di guerra (affidate all’esperto W.C. Menzies), e la storia di una famiglia altoborghese, con una delle figlie che muore (fuoricampo) nel naufragio del Titanic.

Gli anni Quaranta vedono tra i premiati un’infilata di capolavori (“Via col vento“, “Rebecca la prima moglie“, “Casablanca“), ma qui voglio segnalarvi il miglior film del 1947, “I migliori anni della nostra vita” (“The Best Years of Our Lives”) di William Wyler, film che tra i primi tratteggiava mirabilmente lo spaesamento dei soldati al ritorno in patria dal fronte della seconda guerra mondiale, per di più narrato praticamente in diretta.

Un capolavoro di verismo cinematografico senza divi e con veri reduci in alcuni dei ruoli chiave, su tutti il soldato Harold Russell e le sue mani uncinate, premiato come miglior attore non protagonista, fotografato da Gregg Toland, che qualche anno prima aveva rivoluzionato il cinema con l’incredibilmente snobbato (escluso un premio per la sceneggiatura) “Quarto potere“, mirabile nell’illuminare ogni angolo di quadri compositivi profondi e pieni di eventi anche in secondo piano: un padre si ubriaca al tavolo di un bar mentre, sullo sfondo, il suo commilitone sta dicendo “addio” a sua figlia in una cabina telefonica, una tra le tante sequenze indimenticabili.

Due anni prima, invece, a guerra ancora in corso, trionfò l’ottimistico, propagandistico e, fondamentalmente, trascurabile “La mia via” (“Going My Way”) di Leo McCarey, nel quale il sacerdote Bing Crosby, grazie alla sua abilità canora, risolleva le sorti di una parrocchia in difficoltà e apre la strada a tutte le Sister Act successive, ricevendo persino l’invito in Vaticano di Pio XII che voleva ringraziare l’attore per il contributo dato dal film (era anche soggettista, e vinse l’Oscar anche per quello) e dal personaggio alla popolarità della chiesa cattolica. Alla larga, insomma…

Negli anni Cinquanta c’è già aria di decadenza a Hollywood, ma l’industria si difende ancora dal declino che arriverà nel decennio successivo puntando decisamente sulla profusione di mezzi e sul bigger than life.

Anche qui si potrebbe scegliere tanto altro (“Eva contro Eva“, “Da qui all’eternità“, “Fronte del porto), ma la mia scelta cade su “Un americano a Parigi” (“An American in Paris”) di Vincente Minnelli, premiato nel 1952, da consegnare agli annali anche solo per la strepitosa sequenza musicale lunga 17 minuti sulle note jazzistiche composte da George Gershwin, e che vede il protagonista Gene Kelly danzare tra elaborate coreografie e mirabolanti scenografie che viaggiano all’interno della storia dell’arte, omaggiando artisti come Van Gogh, Renoir e Toulouse-Lautrec. Un monumento all’arte cinematografica, una commistione di talenti che celebrano OGNI arte con accostamenti arditi e spericolati, con un’incoscienza e un coraggio difficile da ritrovare nel cinema odierno.

L’altra faccia della medaglia di questa tendenza è rappresentata dal film premiato nel 1953, “Il più grande spettacolo del mondo” (“The Greatest Show on Earth”), e dal suo regista Cecil B. De Mille, vero mogul simbolo del conservatorismo hollywoodiano ma anche depositario di un senso dello spettacolo kitsch ed eccessivo, adorato dal pubblico. Un premio ad un modo di far cinema che stava esalando gli ultimi respiri, che sentiva simbolicamente il bisogno di annunciare la sua supposta grandeur fin dal titolo, e che scippò il riconoscimento a “Un uomo tranquillo” e, soprattutto, a quel “Mezzogiorno di fuoco” che nascondeva abilmente in una storia western la denuncia alla pavidità dell’industria verso gli artisti tacciati di attività antiamericane dal tristemente celebre senatore McCarthy e dalla sua commissione a caccia di comunisti. Premiare De Mille proprio in quell’anno, lui che era il simbolo della Hollywood patriottica, è uno di quei segnali dell’Academy che preferiremmo dimenticare, ma che abbiamo anche il dovere di segnalare perché non accada mai più.

La crisi degli anni Sessanta, che si rivelerà feconda perché porterà a quel decennio abbondante rimasto negli annali con il nome di New Hollywood e di cui parleremo successivamente, trova una dimostrazione plastica se si scorre la lista dei premiati, un misto di difesa della tradizione e di tiepida apertura verso le nuove tendenze, specie quelle provenienti dal Vecchio Continente(“Tom Jones“).

Davvero impossibile non segnalare il premiato del 1963, quel “Lawrence d’Arabia” di David Lean che ritengo davvero il film perfetto, un’opera monumentale e insieme profondamente umanista, spettacolare (MAI in seguito il deserto sarà rappresentato al cinema con questa forza, mai l’ambiente ostile sarà così tanto protagonista in un film che mantiene nonostante questo la sua artificiosità e la perfezione della composizione), ottenuta dopo tre anni di lavorazione e quindici milioni di dollari spesi (una cifra folle, per l’epoca) ma affidando il tutto nelle mani di un magnifico narratore, capace di trasporre in immagini la letteratura dando nuova linfa e spessore alla pagina scritta.

Un gruppo di attori scelti con cura (Anthony QuinnOmar Sharif, il superbo protagonista Peter O’Toole al primo ruolo importante, e qui nominato per la prima delle innumerevoli volte in cui gli è capitato, mai onorato con una statuetta se non alla carriera, altro che DiCaprio) e tre ore di spettacolo puro: come canto del cigno della vecchia Hollywood, davvero niente male.

Dobbiamo andare al 1967, invece, per trovare simbolicamente il premio sbagliato del decennio, anche qui partendo dal titolo; stiamo parlando di “Un uomo per tutte le stagioni” di Fred Zinnemann  (ricordate? Il regista di quel “Mezzogiorno di fuoco” di cui parlavamo poco prima, a sottolineare un’altra delle tradizioni dell’Academy, quella di risarcire i meritevoli degli anni precedenti nelle occasioni sbagliate). Anche qui la segnalazione va oltre il valore del film stesso, un solido film storico incentrato sulla figura di Thomas More, interpretato da Paul Scofield, consigliere di Enrico VIII, integerrimo e dalla ferrea morale. Premiarlo nell’anno in cui i valori morali consolidati vacillano non è forse un messaggio che va al di là del film stesso? Premiarlo in un anno in cui tanto cinema nuovo è lì e scalpita per rivendicare il proprio posto (tra le nomination, troviamo il Mike Nichols di “Chi ha paura di Virginia Woolf“, il Claude Lelouch di “Un uomo, una donna“, il nostro Michelangelo Antonioni candidato alla regia per l’epocale “Blow-Up“) non è forse una sorta di ultima difesa della classicità e della tradizione? Hollywood cerca di rivendicare e sbandierare la sua immutabilità “per tutte le stagioni”, ma le cose non andranno proprio così …

(continua)

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