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La straziante poesia del figlio della portinaia

Angelo Pisani è stato in scena al Teatro Leonardo di Milano dal 19 al 31 ottobre . A pochi metri da piazzale Rio de Janeiro, dove la sua vita, un 25 maggio alle 16.30, è drasticamente cambiata.
Lo spettacolo, autobiografico in modo straziante, scritto con Gianmarco Pozzali per la regia di Gabriele Vacis, è bellissimo, poetico, intelligente, ricco di silenzi carichi di comunicazione.

Il monologo dura circa un’ora e sì, Angelo si muove, balla, fa le facce, caccia qualche battuta ricordando Capsula e Nucleo, ma il genere è del tutto diverso. Racconta una vita dolorosa, ma verso la quale nutre un’inequivocabile malinconia. Le liti a casa, il padre che si ipoteca casa per via del poker, la madre, PORTINAIA (o CUSTODE?!) causa della ghettizzazione del figlio dalle attività dei ragazzini del quartiere (come recita la pubblicità su Radiopopolare: “tu non giochi, è perché sei il figlio della portinaia”), la nonna che nasconde il cibo e altrettanto occultamente lo mangia. Le pressioni della famiglia, disfunzionale, sorda e muta, perché lui impari un mestiere, anche a costo di essere continuamente bocciato a ragioneria, e poi il dramma, un dramma che porta a rasserenarsi con tutto il passato, e quindi “mamma” e “papà” diventano parole dolci, una palla che rimbalza che un bambino passa a un ragazzo e un ragazzo a un adulto e anche il vecchio palleggia (cit).

La meditazione forte che Pisani fa è sulle parole. Andrea, un nome bello, che è come andare in motorino. Gian Marco, che è i passi per strada. Wilma, come l’elettricità. Il rotondo Portiera, lo spigoloso custode, un nome che rovina le feste. E poi, su tutto, l’espressione “sono solo”.

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