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Barbara di Christian Petzold: “La suspense è una questione morale”

“La scelta di Barbara” di Christian Petzold esce nelle sale italiane giovedì 14 marzo: riproponiamo il nostro incontro con il regista avvenuto lo scorso giugno durante la Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro.

Christian Petzold ama la suspense, quella tensione che «ormai al cinema si vede poco» e che può nascere da qualunque cosa, «da un sentimento, una rapina, un matrimonio o da un’entità superiore che ti mette sotto pressione».

Nel caso del suo “Barbara“, Orso d’Argento per la miglior regia al Festival di Berlino e in anteprima italiana all’ultima Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro (nelle nostre sale dovrebbe arrivare nella prossima stagione), l’entità che genera suspense è il regime repressivo della Germania dell’Est.

Siamo nei primi anni 80, Barbara è un medico che si fa notare dalle autorità con la richiesta di un visto per raggiungere l’Ovest tedesco; esiliata per punizione in un piccolo ospedale di campagna, incontra il collega Andre, col quale sembra nascere un rapporto d’affetto, e si affeziona alla giovanissima paziente Stella.

Più che invisibile, la regia di Petzold è trattenuta: tiene lo spettatore costantemente sulla corda, in attesa di un punto di rottura o di vera svolta che non si palesa mai in modo violento.

I personaggi sono enigmatici, non si dicono (e non ci dicono) nulla: passa più verità in un timido scambio di idee sulla Lezione di anatomia di Rembrandt che nei dialoghi più personali e intimi. Perché l’intimità delle relazioni, a est del Muro, è negata: «La DDR annullava la leggerezza, l’eroticità, la sensualità, i colori, ogni cosa. Tutto doveva essere reale, ancorato alla ragione e con i piedi ben piantati per terra», dice ancora il regista al pubblico di Pesaro.

In “Barbara” il motore dell’azione è rappresentato dai personaggi femminili ed è inevitabile, visto che siamo in Germania, pensare al cinema di Rainer Werner Fassbinder. Petzold ammette le influenze anche se all’inizio, dice, aveva una predilezione per Wim Wenders: «I suoi però sono film senza donne, spesso si tratta di road movies. Mentre quello di Fassbinder è un cinema di donne nude».

La donna messa a nudo da Petzold in “Barbara” è interpreta da Nina Hoss, con la quale la chimica è scattata «guardando insieme “Stromboli” di Roberto Rossellini. Lì il personaggio di Ingrid Bergman è l’icona della donna moderna esiliata, fuori dal proprio contesto sociale. Una donna che sembra senza radici, la cui indipendenza si traduce in solitudine». Proprio come Barbara.

Per Petzold il modo di costruire l’inquadratura continua a essere una questione morale: «nel mio film c’è una sola inquadratura dall’alto, tutte le altre sono tra i personaggi, perché lo sguardo deve appartenere a loro e non a me come autore», spiega.

«Tornando a parlare di suspense, nutro un odio fisico per un certo cinema americano, soprattutto per Steven Spielberg. E cerco di essere più chiaro con un esempio: la suspense dello “Squalo”, fin dalle prime scene, è falsa, troppo costruita. Sappiamo già cosa aspettarci. Invece in un film come “Alien” di Ridley Scott l’incipit è perfetto, la suspense si percepisce sulla pelle perché viene generata da una posizione morale nei confronti del racconto e del pubblico completamente diversa».

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