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La tempesta, e poi la quiete

È sempre stato complicato discutere di influenze a proposito della musica degli Anathema. Complicato e fuorviante. Parlando di loro, la spinta verso nuovi orizzonti dove liberare emozioni sempre in evoluzione è il tema principale. Trovare similitudini con artisti e stili pre-esistenti era stato un compito ingrato e riduttivo di catalogazione. Di cui è stato possibile liberarsi con “We’re Here Because We’re Here”, una pietra miliare nel dimostrare come la composizione curata fino al minimo dettaglio potesse arrivare all’ascoltatore fluida e naturale, disarmante per la sua originalità e l’inconfondibile sonorità.

Cosa aspettarsi dunque dal nuovo “Weather Systems”? Lasciate che vi raccontiamo il nostro viaggio dentro l’occhio del ciclone.

PART I – Feelings that can’t be described

“The hour of the waning of love has beset us,
And weary and worn are our sad souls now;
Let us part, ere the season of passion forget us,
With a kiss and a tear on thy drooping brow.” (Yeats, The Falling Of The Leaves)

“Weather Systems” riesce nell’insperato compito di andare oltre quanto sia stato fatto finora. Ve ne accorgerete sin dal primo brano “Untouchable“: un riff di chitarra potente e ricco di emozione, che instaura un feeling quanto mai dinamico e piacevole insieme alla voce flautata e sicura di Vincent. Quando sopraggiunge la parte elettrica il crescendo di intensità è vertiginoso, accompagnato da un arrangiamento orchestrale delizioso e sentimentale. Nella seconda parte, che mette in luce la talentuosa Lee Douglas, il tema musicale si rinnova in delicatezza lasciando intatto l’impatto della sua onda emotiva.

La varietà di stili non è più spiazzante come in “We’re Here Because We’re Here”: c’è una coerenza nell’amalgama dei temi musicali e della loro impostazione. Così come c’è un uso ben determinato dello stile acustico, di quello elettrico e dell’orchestra: talmente semplice, che ricorda la semplicità con cui ci si emoziona davanti a qualcosa di puro.

The Gathering Of Clouds” addensa pianoforte e chitarra in un moto ascendente-travolgente che porta a compimento un senso di armonia incontrastabile: quello che “Summernight Horizon” non era riuscita a fare nel precedente lavoro.
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PART II – The Beauty that is here

In the golden lightning
Of the sunken sun,
O’er which clouds are bright’ning,
Thou dost float and run;
Like an unbodied joy whose race is just begun.” (Shelley, To a Skylark)

Poi c’è la voce di Lee, fondamentale come non mai: il senso di leggerezza di “Lightning Song“, la sua quasi-cantilena incantata che termina nuovamente nel turbine elettrico in duetto con Vincent, sono l’apice delle novità di questo disco rispetto al passato.

Per chi ha indimenticata nel cuore l’esperienza di “Are You There?” esiste qui una continuità: “Sunlight” ne ripercorre l’intimismo etereo a livello strumentale, ma coerentemente con lo spirito di “Weather Systems” riemerge in un finale fulgido e corale invece che terminare in una semplice dissolvenza.

L’atipica “The Storm Before The Calm” di ben nove minuti ha il compito di interrompere la sequenza di strutture tra loro simili ed omogenee: ripescando solo in parte dall’elettronica di “A Fine Day To Exit” riesce a ricreare il paesaggio sonoro di una tempesta elettromagnetica a cui segue la “quiete” promessa dal titolo, profonda e cadenzata.
[PAGEBREAK] PART III – And I dream like you…

“She sleeps, nor dreams, but ever dwells
A perfect form in perfect rest.” (Lord Tennyson, The Day-Dream)

The Beginning And The End” si articola lungo un ripetuto refrain di pianoforte, assomigliando quasi ad un episodio a metà tra “Pitiless” e “Don’t Look Too Far” di “Judgement”, tenuto insieme da una tessitura orchestrale di maggior spessore.

Poi è con “The Lost Child” che si ritorna nel pieno dello spirito di “Weather Systems”. La sola introduzione del brano è un canto mormorato con pianoforte e violini da brivido: l’intensità sognante è tale che potrebbe sembrare uscita fuori dalle overture delle più intense ballate della Trans Siberian Orchestra o delle colonne sonore più commoventi della Pixar. Il crescendo a ondate progressive segue il motivo di pianoforte con cui ha inizio la strofa, e culmina con l’orchestra che ravviva ed amplia l’orizzonte sonoro portandolo ad altezze mai sfiorate.

La vertigine spirituale che si raggiunge a questo punto del disco propizia il ritorno all’uso delle voci registrate fuori campo, come già in “Angels Walk Among Us”. “Internal Landscapes” inizia dal ricordo narrato di un’esperienza ai confini della morte. La scelta opposta rispetto a “Hindsight” di fare una vera canzone piuttosto che una strumentale si rivela vincente: attraverso le voci immense di Vincent e Lee gli Anathema restituiscono un fluttuante abbandono alla luce, alla bellezza più arresa. A quel calore che non si può esprimere a parole.

CONCLUSIONI
Forse si potrebbe argomentare che il potere magnetico e trascinante di “Untouchable pt. 1″ e “Untouchable pt. 2″ rendono l’inizio del disco la parte più travolgente, il picco di qualità irripetuto. Ma ciò che riscatta l’eccelso materiale che segue è il coraggio di osare verso soluzioni nuove, di rara intensità, pur coerenti ed omogenee nello stile complessivo.

“Weather Systems” è IL CAPOLAVORO di spontanea bellezza degli Anathema e, con ogni probabilità, uno dei dischi più importanti di questa decade.

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