Home > Recensioni > La tenerezza

«È un film che cerca le ragioni di ogni personaggio attraverso i suoi comportamenti, spesso crudeli, chiusi nel loro mistero»: così Gianni Amelio parla di “La tenerezza”, il suo nuovo film al cinema dal 24 aprile subito dopo il passaggio al Bif&st di Bari. Una riflessione molto precisa, che richiama l’attenzione su una delle caratteristiche più riconoscibili del cinema di Amelio: la reticenza. Reticenza nel dire, da parte dei personaggi; reticenza nel mostrare con troppa leggerezza, da parte dello stesso regista. Pensiamo ad esempio a “Così ridevano”, Leone d’Oro alla Mostra di Venezia nel 1998, dove la tragedia prendeva forma proprio nei momenti che la macchina da presa sceglieva di non rendere visibili. Contano le azioni nude, i comportamenti, appunto, e le loro conseguenze spesso drammatiche.

Anche in “La tenerezza” è la reticenza a regolare le relazioni tra i personaggi, e il modo in cui Gianni Amelio li porta sullo schermo, con scene che non si chiudono, inquadrature che ci fanno pensare a qualcos’altro, qualcosa che non si può dire: c’è un vecchio avvocato in pensione (Renato Carpentieri – la locandina lo relega sullo sfondo ma il protagonista è lui, gioitene!), che vive da solo in un vecchio palazzo di Napoli; ci sono i suoi figli (Giovanna Mezzogiorno e Arturo Muselli), con i quali il padre non vuole più parlare, e un nipotino per il quale è invece un nonno sui generis ma molto presente; e poi ci sono i nuovi vicini di casa di Lorenzo (Elio Germano e Micaela Ramazzotti), genitori di due bambini silenziosi, o almeno così ce li mostra la macchina da presa di Amelio, con i quali nascerà un’amicizia spontanea.

Il soggetto viene dal romanzo “La tentazione di essere felici” di Lorenzo Marone, ma il regista, prima di lavorarci in collaborazione con Alberto Taraglio e Chiara Valerio, ha preteso di poterne fare un film liberamente ispirato. Una libertà che l’ha portato, tra l’altro, a cambiare il nome del personaggio principale, un personaggio a cui il regista confessa di sentirci vicino, non tanto per l’età, quanto per affinità d’animo. Perché “La tenerezza” è una storia di «esseri umani che non ce la fanno a crescere sui proprio errori, anche quando la vita sembra metterli al riparo, e invece rende ogni loro gesto azzardato e punitivo».

Se c’è qualcosa che non funziona, in “La tenerezza”, sta solo nella cornice: in quella locandina da solito film italiano con le solite facce, nella scelta di Micaela Ramazzotti per un ruolo che sembra solo l’ennesimo da svampita simpatica, in certe situazioni, certi dialoghi, certe sottolineature troppo programmatiche (le scene con gli stranieri, ad esempio, o l’ingombrante tema del rapporto padre-figli, tanto caro ad Amelio ma che ormai è difficile toccare da prospettive inedite). Anche Elio Germano rischia un po’ l’effetto respingente da solita faccia, però gli basta entrare in scena e pronunciare le prime battute per catturarci immediatamente con un lavoro sul personaggio notevolissimo per completezza e profondità, dove tutto – postura, movimento dello sguardo, accento – è curato, ragionato, e sta lì sullo schermo non per caso. Come in ogni buon film di Gianni Amelio.

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