Home > Recensioni > La Teoria del Tutto

Presentato nella sezione Festa Mobile del Torino Film Festival 2014, “The Theory of Everything – La teoria del tutto” è un biopic dedicato all’astrofisico Stephen Hawking, conosciuto a livello planetario per i suoi libri, per la sua teoria dei “buchi neri”, per la malattia neurodegenerativa che lo blocca da decenni sulla sedia a rotelle e lo costringe a comunicare col mondo tramite un computer e una voce artificiale.

Vi sembra una semplificazione eccessiva per tratteggiare un personaggio così importante e complesso? Prendetevela col film di James Marsh allora, dove, in oltre due ore d’interminabile proiezione, troverete davvero poco altro, se escludiamo una questione fondamentale: la malattia cerebrale non coinvolge l’organo riproduttivo, corpo cavernoso con una vita tutta sua. Ci avevate mai pensato? Sono sicuro che lo sapevate, ma c’avevate mai DAVVERO pensato?

Nei primi anni Sessanta Stephen Hawking è uno studente di cosmologia di Cambridge determinato a trovare una spiegazione semplice ed eloquente per l’universo. Anche il suo mondo privato gli si rivela quando si innamora di una studentessa di lettere, Jane Wilde. Ma nel pieno della giovinezza la sua vita è travolta dalla diagnosi di una malattia dei motoneuroni che gli compromette movimento e linguaggio, lasciandogli, secondo i primi referti, solo due anni di vita.

Il film non è null’altro che “A Beautiful Mind” con la malattia in luogo della pazzia, ma riuscito decisamente peggio. Il biopic hollywoodiano con dramma incorporato è un vero e proprio sottogenere con delle regole interne tutte sue, ormai rigidamente codificate; se nella storia di Nash Ron Howard, da consumato metteur en scène, disseminava le sue trappoline emotive senza che il gioco risultasse troppo scoperto (e in più c’era l’elemento “mistery” che elevava il tutto), qui Marsh davvero è alle prese con una materia che non padroneggia.

Hawking è un personaggio pop, è apparso in episodi dei Simpson e di Futurama, è un’icona aldilà della sua genialità scientifica, e quindi il lavoro di re-umanizzazione non era certamente facile. Ma tutto si riduce all’impressionante performance fisica di Eddie Redmayne (probabile nomination agli Oscar in arrivo). In un film dedicato al teorizzatore del tempo e dei suoi paradossi, proprio il passare degli anni rappresenta un problema grosso: nessuno invecchia, il make-up si riduce a qualche capello grigio in un arco temporale di decenni su tutti i personaggi.

Il primo critico che troverà in questo difetto ENORME per la credibilità di un’opera di finzione la volontà di omaggiare l’opera dello scienziato, troverà me ad aspettarlo sotto casa come il Moretti di “Caro diario”.

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