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La terra dei cachi

Che ne sapete voi di cosa voglia dire fare i registi oggi?
Credete ancora alla menzogna dell’artista in bilico tra l’ispirazione e la necessità di creare?
Pensate davvero che nelle sale ci sia il film sognato dal direttore?

E tu che desideri di far crescere le tue ambizioni da stagista in un set dal nome importante, tu, lo sai dove ti caccerai se non cambierai idea al più presto?

Le sagge zie meridionali dicono che il buon partito è il medico, l’avvocato, l’ingegnere. Quelli dello spettacolo lo sono diventati col tempo. Ma non vale per tutti, e non con le stesse regole. Quindi meglio suggerire alla nipote il figlio del proprio commercialista.

No, non è un articolo sulle raccomandazioni del futuro. È un articolo molto più interessante di quello che promette l’esordio: parla di un film dal titolo “Boris – Il film“, nel quale tocca specificare la natura per non confonderlo con la serie televisiva. Tre stagioni di brevi ed esilaranti puntate che non hanno mai goduto di un posto nelle reti principali, ma sono andate avanti grazie al passaparola, alle serate tra amici, grazie a YouTube e allo streaming in Rete.

La sinossi del “Boris” sul piccolo schermo prevedeva le avventure di tanti disgraziati riuniti sul set de “Gli Occhi del Cuore”, una soap opera da quattro soldi. Tanto vista dalle casalinghe, tanto disprezzabile dal buon gusto. L’attore principale è un esaltato senza capacità, l’attrice è una cagna, gli autori (interpretati dal trio di registi dell’opera) tre delinquenti da strapazzo, il direttore della fotografia apre tutto – ma proprio tutto – e il regista subisce il marcio di un mestiere che fa per passione. Ne seguono produttori, macchinisti, comparse, stagisti sfruttati e tutti i ruoli da titoli di coda.

Sul grande schermo Renè Ferretti (Francesco Pannofino) è ancora il direttore della baracca, con il sogno di una vita: un film in pellicola. Serio. Impegnato. Hanno tra le mani i diritti del libro-inchiesta di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo “La Casta”. Per l’occasione si pensa ad una compagnia seria, ma ben presto si ricomporrà la vecchia famiglia in nome delle (non)leggi sovrane dell’industria cinematografica.

Ecco, dunque, per Giacomo Ciarrapico, Mattia Torre e Luca Vendruscolo l’opportunità di mettere in scena una lunga puntata della serie che li ha resi noti e simpatici.

E invece “Boris – Il Film” non è un puntatone. È un lungometraggio che ha avuto un prequel suddiviso in puntate da 30 minuti circa; quello ora nelle sale ha una dignità sua ben salda. Idee proprie che accendono i riflettori su un settore che dovrebbe produrre cultura, e invece disegna mostri. Un dolce ricoperto di panna che fa leccare i baffi ai politici, i quali non tardano a lasciare l’impronta del proprio dito goloso.
[PAGEBREAK] Una denuncia che passa attraverso la ridicolizzazione della denuncia, perché alla fine l’unica vera occasione di Renè è sfornare un cinepanettone. È in “Natale con la casta”, dunque, che vanno a finire i sogni di un cinefilo, il lavoro di una banda di scansafatiche e i soldi di produttori improvvisati.

“Boris – Il Film” è Boris: l’Italia. È il pubblico delle multisala, è la famiglia che porta i bambini al cinema per ridere di una scoreggia. Sono le tette e i culi dei trailer che spopolano in tivvù.

Boris, insomma, esce dal ruolo di innocente pesciolino rosso portafortuna per personificare un Paese che ha messo al rogo la culla del cinema, i suoi interpreti, le sue idee, la sua stima conosciuta nel mondo e la capacità di mettere in scena la realtà. Come se i tagli alla cultura non fossero altro che la meritata conseguenza di un atteggiamento malato e cieco.

Ne viene fuori un film godibile, divertente, con ottime prove per gli attori che già avevano meritato fiducia nella serie. Dalla bellissima Carolina Crescentini che si rivela artista versatile e autoironica, a Pietro Sermonti che dimostra di non meritare un passato da “Medico in famiglia”; da Paolo Calabresi che pare aver scritto Biascica nel DNA, al trio del precariato Guzzanti jr., Alessandro Tiberi e Carlo De Ruggeri.

Giorgio Tirabassi, Alberto Di Stasio, Antonio Catania e Ninni Bruschetta chiudono un’opera che speriamo ci faccia ridere di più tra qualche anno. Quando – ipoteticamente – il Bel Paese sarà un Bel Paese Migliore, degno dell’aggettivo che si pone dinanzi al suo nome.

La conferenza stampa della pellicola ha visto l’incursione di giovani precari protestanti, Boris ne è stato simbolo forte e liberatorio. Ce n’era bisogno. C’era bisogno di un film che capolavoro non è (e non pretende di esserlo) per farci capire che di capolavori dobbiamo cibarci. La vita è bella, dicono. Il cinema anche, o forse di più.

Cibiamo gli occhi del cuore, dunque, chissà che il cuore della mente non ne tragga vantaggi.

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