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La verità dell’arte

Il crescente successo del Festival cinematografico internazionale di Marrakech ha un nome: quello del francese Bruno Barde. Francese di madre italiana, 52 anni, Barde è alla guida, come direttore artistico del Festival marocchino, giunto alla nona edizione, e di vari altri festival. Tra i quali il molto celebrato Deauville, vetrina del cinema americano, Cognac per il thriller, il Fantastico a Gerardmer…e via di seguito. Non esagera di certo quando dice vedere almeno 1.200 film ogni anno. Formatosi nel campo della promozione cinematografica, ancora oggi il suo studio è responsabile del lancio di praticamente tutti i film italiani in uscita in Francia. Non moltissimi per la verità, come lui stesso ammette.
“Viaggiando molto, ho avuto la conferma che in ogni paese funzionano solo due cinematografie: quella locale e quella americana”.

La situazione in Marocco, dove ogni anno si producono venti film, non è diversa, anche se fra i film ‘locali’ si possono includere anche molti provenienti dall’India e dall’Egitto. Ma il Festival si è dimostrato un’occasione rara e affascinante per il suo pubblico di modificare la propria visione del mondo.
All’inizio l’affluenza era scarsa. La gente non era abituata ad uscire per vedere un film. L’ingresso nei cinema costa molto più di un Dvd pirata. Ma ora le sale del Festival, enormi, sono praticamente piene ad ogni spettacolo. Ci sono voluti quattro anni per vincere l’iniziale diffidenza e molto ha aiutato la presenza sul red carpet di star come DiCaprio, Coppola, Scorsese, Sean Connery… Tre anni fa abbiamo creato anche una scuola di cinema.Il pubblico ora è molto più evoluto e possiamo proiettare film senza visto di censura.

Questo meriterebbe un discorso a parte perché alcuni spettatori ancora reagiscono con applausi e schiamazzi alla vista di un semplice bacio. Ma diamo loro tempo.

I film, anche se vengono ben accolti, ancora non trovano distribuzione, ma il vincitore ottiene una maggiore esposizione in Francia, in Inghilterra…il premio è citato sui poster ed in tutta la pubblicità. Questo non è automatico per altri Festival, come ad esempio Venezia. Il Leone d’Oro conta molto poco e i film di Venezia non li va a vedere nessuno. È un festival che ha perso la propria identità. I registi decidono di andarci solo se Cannes non ha preso i loro film e in genere preferiscono non essere in concorso. Quella che era una vetrina importante per gli autori, oggi lo è forse per la televisione. Come mai è nato un altro Festival a Roma? Questo non succederebbe in Francia o in Spagna. Sarebbe una follia mettersi in concorrenza con Cannes o San Sebastian. Ogni paese ha un solo Festival di grande importanza. In Italia vuol dire che c’era lo spazio. Inoltre a Venezia vengono presentati troppi film, finiscono per bruciarsi. Berlino e Toronto stanno diventando alternative di maggiore prestigio.

Torniamo a questo di Festival. Ho letto che i giornalisti internazionali accreditati sono 180. La stampa copre 27 paesi. E solo i Marocchini sono 300. Insomma, un Festival molto ricco…
No, abbiamo molti sponsor e siamo in grado di ospitare centinaia di rappresentanti della stampa perché gli alberghi sono coinvolti nel progetto e ci costano molto poco. Questo è essenziale perché esistiamo solo se i giornalisti si interessano alle nostre iniziative. Quest’anno, per la seconda volta, organizziamo anche proiezioni di classici per non vedenti. Una colonna audio supplementare descrive ciò che accade sullo schermo. A me questo fa pensare alla generosità di questo Paese che ci ha dato l’ispirazione di non escludere nessuno dalla magia del cinema. Personalmente non mi stancherò mai di guardare film. Per me la vita mostrata dal cinema è più vicina all’essenza delle cose. La realtà, osservata attraverso lo sguardo dei registi è molto più interessante di quella che ci mostrano i politici, i sociologi o i reporter. Contiene una diversa verità, quella dell’arte.

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