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La verità in tempo di guerra

In “Life During Wartime” ritornano i personaggi di Todd Solondz che, undici anni fa, avevano dato vita alla perfetta autopsia sociale e familiare che era “Happiness”. Sono cambiati, e non soltanto per quello che riguarda la loro evoluzione nelle loro vite. Ne parla Todd Solondz in conferenza stampa, accompagnato dall’attrice Shirley Henderson e dal direttore della fotografia Edward Lachman.

Sono trascorsi undici anni da “Happiness”. Come J.D. Salinger riportava in vita la famiglia Glass, Todd Solondz ha riportato la famiglia Jordan. Come ha fatto?
T.S.: È sempre un mistero il motivo per cui metto le cose nero su bianco. Perché i personaggi? Non lo so, non mi ossessionavano, penso che avessi bisogno di sentirmi libero di giocare con questi personaggi, di rendermi conto che se avessi voluto rendere nero un personaggio bianco, o non avessi voluto che alcuni personaggi invecchiassero, avrei potuto. Volevo fare un film completamente diverso, volevo la libertà di esplorare non la maniera in cui i personaggi si sono evoluti, ma il modo in cui io li vedo. Si tratta di personaggi che mi emozionano, sia quando il film è divertente sia quando è triste, è il mio modo di guardare i personaggi in un modo che sia penso sia “vero”.

Rispetto ai film precedenti, questo cambia di ambientazione: quanto ha influenza il cambiare lo sfondo, e avere una fotografia più luminosa, “colorata”?
T.S.: Mi piace sconvolgere le cose. Inoltre, è il primo anno in cui la popolazione in Florida decresce, ma ci sono centri commerciali e negozi, condomini, comunità, è la terra della genericità («the land of generica», l’espressione utilizzata da Solondz, non ha la stessa forza in italiano ndR). Sono stato a Singapore ed è strano, è quasi una dittatura con in più la rivista Time Out. Ed è una sorta di Florida, e parte di questo ha fornito benzina al film.

L’incontro tra Edward Lachman e Todd è fortunato, come è riuscito a visualizzare l’immaginario di Solondz?
E.L.: Cerco sempre indizi nelle sceneggiature, conoscevo il linguaggio di Todd e i sobborghi sono talmente ricchi di spunti che è stato facile. E il film è talmente legato ai suoi personaggi e alla sceneggiatura che ci sono metafore visive, ma non fanno che da contrappunto.

C’è, nel film, un’angoscia di tipo perverso, di una perversione ideologica più che sessuale – John Sayles dice che i produttori in questo periodo rifiutano film che parlano del sociale: quanto è difficile per lei fare i suoi film?
T.S.: Se la domanda è se sia più difficile con la crisi, la risposta è sì. È triste, si tratta di cose difficili da quantificare. Anche nei tempi migliori è sempre difficile quantificare queste cose. Anche nei tempi migliori i cineasti che non appartengono al sistema degli studios hanno difficoltà. La mia speranza? Ci sono sempre persone e avvenimenti imprevedibili che si verificano, se uno ha perseveranza qualcosa dal cielo potrebbe cascargli sulla testa.
[PAGEBREAK] Questo è anche il primo film americano di Shirley Henderson, oltre ad essere il primo con Solondz: com’è entrare nel suo mondo ereditando un personaggio (quello di Joy)?
S.H.: Ho amato ogni minuto di questo film. Quando ho fatto l’audizione, portavo un segmento di “Happiness”.

Quanto hai tenuto e quanto hai lasciato della Joy del primo film? Ho provato a non pensare troppo alla prima Joy, Todd non mi ha mai detto cose come “copiala”, si trattava di un nuovo progetto, dovevo portarne una mia versione. Avevate in mente un pittore americano contemporaneo in particolare per il paesaggio?
E.L.: Di solito ho degli esempi in mente, forse ero più ispirato dal fotorealismo o da fotografi che documentano la vita nei sobborghi. Ai tempi menzionai Larry Sultan a Todd. Quindi, se dovessi pensare a un esempio, sceglierei lui.
T.S.: Alla fine sono più la location e il clima a parlare più a voce alta di qualsiasi fotografo a cui uno si possa ispirare. Per quanto mi riguarda, non avevo in mente pittori particolari.

A chiudere il film sono quattro parole: libertà, democrazia, perdono e oblio. Perché in quest’ordine? C’è un legame tra questi concetti importantissimi?
T.S.: La battuta in verità è «Non mi importa di libertà e democrazia, voglio solo mio padre.». Non ho queste grandi idee, non sono un intellettuale, non darò una grande opinione, mi pareva una battuta emozionante e azzeccata.

“Happiness” lavorava su eventi traumatici, questo nuovo film parla di ciò che avviene dopo, ed è pervaso dai concetti di «perdonare» e «dimenticare»…
T.S.: Perdono e dimenticanza sono dappertutto nel film, penso che il film dia un responso sul mondo per come lo vivo. Volevo che il pubblico si aprisse a questo mondo, ai suoi personaggi.

Conosce un po’ la situazione politica italiana? Che tipo di “Happiness” farebbe, se fosse ambientato in Italia?
Parlo da conoscitore esterno, perciò sarei molto stupido ad avere un’opinione su quello che qui conoscete molto bene. Dirò solo che la situazione in Italia è bellissima, florida, radiosa, fascista…

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