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La video arte al Lido

Chi lo ha detto che gli italiani non possono sperimentare? Ecco i due che registi che possono fare la differenza…

I loro lavori sono diventati un evento della sezione “Orizzonti” della Sessantaseiesima. Sono gli unici italiani a portare al Lido la video arte in 3D con “Daimon” e “Cock-Crow”, due lavori dei quali il direttore della Mostra sembra particolarmente entusiasta. Abbiamo incontrato David Zamagni e Nadia Ranocchi per farci raccontare come nascono i loro lavori, e cercare – almeno un po’ – di educare all’immagine. Proprio qui, alla Mostra del Cinema.

Alla prima proiezione del vostro film, il direttore Marco Müller è passato in sala per un saluto. Un omaggio al vostro lavoro che immaginiamo vi abbia fatto piacere.
Nadia Ranocchi
: Certo, è stato un onore! Noi, a dir la verità, eravamo in sala in incognito – perché non era la proiezione ufficiale – volevamo piuttosto vedere la resa su questo maxischermo. Il direttore ha preso a cuore il film che ha visto ad agosto nella nostra saletta, ha dimostrato entusiasmo sin da subito e la sorpresa di ieri ne è stata una conferma.

“Daimon” e “Cock-Crow” sono lavori in corso da anni. L’ordine col quale li avete proposti non è casuale, vero?
Nadia Ranocchi:
“Daimon” è un film messo in atto tra il 2006 e il 2007, è un’opera che rischia di annullare la lettura del successivo “Cock-Crow”. Il primo lavoro è un’apertura che, senza dubbio, condiziona la visione del secondo. La scelta quindi è stata fatta per permettere allo spettatore di rendere tangibile ciò che si proietta dinanzi ai suoi occhi.

Qualcosa che si proietta, stavolta, nella forma sperimentale del 3D. Perché questa scelta?
Nadia Ranocchi:
Abbiamo lavorato nel teatro sperimentale, quindi sentiamo la necessità di aprire più spazi possibili, di portare lo spettatore all’interno della narrazione. Un’azione che si compie attraverso il filtro rappresentato dagli occhiali 3D, un modo che spinga il pubblico a prendere una decisione: una sorta di compromesso al quale giungere per far sì che in sala ognuno possa vestire un ruolo. Davanti al maxischermo avviene un accordo tra pellicola e spettatore, una mediazione tra dentro e fuori, magari anche più forte di quello che si possa pensare.
David Zamagni: Mi viene in mente la parola tattile, poiché l’occhio chiede di toccare come fosse un dito. Ecco, a noi interessava riuscire ad aprire gli occhi nel buio.
] Bataille è il protagonista dei vostri lavori. Un personaggio molto conosciuto. Perché proprio lui?
David Zamagni:
Be’, ma anche perché no? (ride, ndR) Bataille è una figura molto importante per i parigini, un personaggio che ci ha sempre incuriosito, che abbiamo amato nella sua intera opera. Un’opera che non può essere distinta tra romanzi, testi filosofici e saggi, il suo lavoro è un unico grande componimento che viaggia su un unico lunghissimo binario. Domaine è giunto a conclusione dopo aver elaborato Bataille, provando a creare una visione dalle parole.

Come hanno lavorato gli attori?
David Zamagni:
Soltanto Sara Masotti è un’attrice che proviene dal teatro. Gli altri protagonisti sono amici o persone che osserviamo per capire se possono essere adatte al nostro lavoro. Nessuno conosce la storia fino al momento delle riprese, quando hanno ognuno la propria parte senza sapere il resto del cast cosa dovrà dire.
Nadia Ranocchi: Vogliamo che ogni personaggio reciti secondo ciò che sente in quel momento, senza alcuna influenza degli altri attori. Il lavoro che si compie deve affrontare il tempo, la forza eroica dei personaggi è quella di stare in scena. Una vera e propria battaglia attraversata dal tempo. L’uso del 3D invita ad entrare in questa visione, in una visione scomoda alla quale l’Italia non è ancora educata.

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