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La violenza secondo Refn

Il cinema asiatico, «i ricchi sottotesti» degli spaghetti western, le fiabe del compatriota Andersen, il valore «esperienziale» dei film di Alejandro Jodorowsky: sono tanti i modelli da cui trae nutrimento il cinema di Nicolas Winding Refn, appena uscito a mani vuote dal concorso di Cannes con “Solo Dio perdona” (“Only God Forgives”), nelle sale italiane dal 30 maggio.

Quarantatré anni, danese, proprio a Cannes Refn vinse con “Drive” (2011) la Palma d’Oro per la regia. Ma l’accoglienza più fredda riservata all’estetica violenta e al racconto destrutturato del nuovo film non lo spaventa: «le reazioni opposte scatenate da “Solo Dio perdona” — dice — mi hanno convinto di aver fatto finalmente qualcosa di giusto». Del resto, uno che professa «un antico, radicato odio nei confronti dell’autorità» e considera il buon gusto «il peggior nemico della creatività», non può mostrarsi scoraggiato da un premio mancato o da qualche recensione non troppo positiva (QUI la nostra).
«La libertà artistica — ricorda Refn – è qualcosa che ti prendi, è come andare in guerra: devi essere forte».

Per “Solo Dio perdona”, Refn ha lavorato su una «una costruzione non lineare, lontana dal cinema classico» che punta a dar forma a «un significato senza fondo, un enigma che continua a crescere», carico di ossessioni. Come quella per le mani.
«Se tagli le mani a un uomo — riflette il regista — è come se lo privassi dell’istinto maschile alla violenza. Le mani sono un veicolo di aggressività, costrizione, sottomissione, eccitazione sessuale. Persino uno strumento di preghiera».

E com’è finita Kristin Scott Thomas in quest’universo così stilizzato ed estremo, lei che «legge Oscar Wilde» e non ama i film violenti? «È stata proprio lei a volermi», racconta Refn.
«Ci siamo incontrati a Parigi e all’inizio ero un po’ perplesso perché Kristin è nota per ruoli molto sofisticati e pensavo che fosse troppo per uno come me, considerando che non avevo molti soldi a disposizione. Eppure, mentre parlavamo a cena, ho capito subito che era pronta per trasformarsi nella “bitch witch” di cui avevo bisogno. È un’attrice straordinaria, capace di giocare con molteplici livelli interpretativi. E quando mi ha mandato una sua foto con i capelli biondo platino, come appare nel film, mi è sembrata perfetta e le ho detto subito: “Ciao, Donatella Versace!”».

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