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La vita è un gioco

L’obesità può essere un problema sociale. Ma anche il punto di partenza per raccontare delle storie personali. Come in Gordos, film ad alto potenziale calorico.
Di nuovo Villa degli Autori, di nuovo un regista spagnolo. Questa volta si tratta di Daniel Sànchez Arèvalo che, con “Gordos”, ha regalato allegria ottenendo in cambio una cascata di applausi.

Per prima cosa, dove hai trovato il crocifisso fluorescente che appare in una scena?
È stata dura. L’idea mi è venuta mentre giravamo, mi è sembrato il modo migliore per rappresentare l’ ossessione religiosa, un pensiero che non abbandona il personaggio di Alex neppure al buio, in camera da letto. Realizzarlo è stato più difficile, abbiamo cercato ovunque un crocifisso luminoso senza trovarlo, così ne abbiamo dipinto uno con una speciale pittura fluorescente, di quelle che usano per segnare l’asfalto.

Noi italiani guardiamo alla Spagna come ad un paese molto più libero dal punto di vista religioso, nel tuo film, sembra l’opposto: Sofia ed Alex sono tremendamente religiosi…
Questa è la realtà: la Spagna è piena di persone molto religiose, ci sono anche delle specie di sette davvero integraliste. Forse tra i giovani la situazione è diversa, ma ti assicuro che la Spagna non è troppo progressista in questo ambito. Infatti mi aspetto parecchie critiche, molti gruppi religiosi non saranno contenti del mio lavoro.

I temi principali del tuo film, come il cibo, le diete, il grasso, sono tra i peggiori incubi della nostra società. Tuttavia, in Gordos sembra che l’obesità sia soltanto la scintilla da cui parte tutto, solo il più evidente tra tanti problemi. È così?
Certo. Avrei potuto trattare l’obesità in quanto problema sociale, sarebbe anche stato interessante, ma non l’ho fatto. È stato il mio punto di partenza: volevo fare un film sui grassi, sulle loro storie, sulle loro vite, la mia prospettiva non è sociale ma individuale.

Tutti i tuoi personaggi sembrano avere un approccio ossessivo alla vita, al sesso, al cibo. Perché?
Non lo so, quando ho finito di scrivere la sceneggiatura mi sono reso conto che in tutte e cinque le storie si parla di sesso e di cibo in modo ossessivo. Non è stata una scelta intenzionale, è qualcosa che lega i personaggi, non per nulla si ritrovano tutti in terapia!

Sulle note di Gordos scrivi che il film è un gioco in cui lo spettatore deve riuscire a smascherare la persona che si nasconde dietro a ciascun personaggio: ce lo puoi spiegare meglio?
La vita è un gioco: indossiamo e togliamo maschere in continuazione, è inevitabile. I miei personaggi, come tutti, fingono, fingono molto. In una scena del film, durante la prima seduta di autoanalisi, il terapeuta chiede ai partecipanti di spogliarsi; alcuni se ne vanno, altri restano e rimangono così, nudi nel mezzo di una stanza, circondati da specchi enormi. Sono scoperti, non possono nascondere il grasso, mentire sul proprio peso, è un denudarsi non soltanto fisico ma anche morale.

Nel corso del film i personaggi compiono un percorso, arrivano al traguardo ma poi ritornano indietro: la sensazione finale è che non siano migliorati affatto…
È così! Credo che sia impossibile migliorare, o forse è inutile. Tutto ciò che possiamo fare è cercare di fare chiarezza, di scoprire almeno un po’ di ciò che sta sotto a tutte le maschere che indossiamo. Nell’ultima scena del film Enrique lancia un appello ai telespettatori: se capisci chi sei, non hai bisogno di dimagrire o d’ingrassare, non hai nemmeno bisogno di comprare le pastiglie “Kilo Away”.

Per i personaggi che, come te, hanno una vita pubblica, è ancora più difficile rendersi conto delle situazioni, decidere se è il caso di dire ciò che pensi?
Si, è peggio. Me ne sono reso conto dopo l’uscita del mio primo film: avevo un blog su cui scrivevo quotidianamente, nessuno aveva mai avuto niente da dire. Quando sono diventato più conosciuto ho dovuto chiuderlo, non hai idea di quante lamentele ricevevo, ogni cosa che dicevo pesava il doppio.

I protagonisti hanno dovuto prendere parecchi chili, è stato difficile trovare attori disposti a mettersi all’ingrasso?
Non ho avuto problemi. Enrique, Antonio De La Torre, ha dovuto prendere e poi perdere 33 chili nel giro di quattro mesi. Ci tengo a dire che tutti gli attori erano seguiti da medici che gli facevano continue analisi del sangue, avevano un dietista e mangiavano moltissimo, ma cibi sani il più possibile.

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