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La voce compassionevole del pop

A sette anni di distanza da “Afterglow” Sarah Mclachlan, cantautrice canadese dal timbro vocale prezioso ed inconfondibile e dalla straordinaria vena melodica, ha da poco pubblicato un nuovo cd di materiale inedito, “Laws Of Illuson“, immediatamente schizzato al terzo posto nella classifica di Billboard e quasi unanimemente lodato dalla critica americana. Segno che il tempo non ha scalfito la stima ed il rispetto del pubblico verso un’artista da noi poco conosciuta ma più volte considerata l’erede di Joni Mitchell.

Diventata famosa alla fine degli anni ’90 con brani come “Angel”, “Adia” e “I Will Remember You”, la Mclachlan ha anche scritto una pagina importante nella storia della musica dell’ultimo ventennio fondando il Lilith Fair Tour, un festival di musica rigorosamente al femminile che ha segnato il tutto esaurito dal 1997 al 1999, portando sul palco i nomi di punta del pop-rock in rosa anni ’90. In concomitanza con l’uscita del nuovo album la Mclachlan ha deciso di rilanciare il Lilith Tour 11 anni dopo la trionfale edizione del 1999, ma questa volta con scarso successo. La stampa americana si chiede che senso abbia oggi un festival al femminile e i biglietti strappati sono al di sotto delle aspettative.

Talento raro e poco prolifico, la cantautrice di Halifax ha pubblicato in 22 anni di carriera solo 7 album in studio, cui bisogna aggiungere 2 live, ep, remix, raccolte di b-sides, collaborazioni varie ed un bellissimo cd natalizio, “Wintersong”, del 2006. L’esordio è datato 1988 con l’etereo e vaporoso “Touch“, in cui appena ventenne cerca di costruirsi un’immagine da raffinata chanteuse pop sulle orme di Kate Bush. L’album è acerbo e ripetitivo negli arrangiamenti dominati da tastiere e percussioni ma “Out Of The Shadows”, “Vox” e l’elegia funebre “Ben’s Song” sono suggestive e rivelano una voce affascinante, capace di raffinati voli nel registro di testa.

Segue il misterioso, oscuro e malinconico “Solace” (1991), che segna la prima collaborazione con il produttore Pierre Marchand e nel quale inizia a predominare la componente folk acustica. “The Path Of Thorns” e “Into The Fire”, brano alla Sinead O’ Connor, restano le canzoni più famose, ma “Black” ha una ossessiva costruzione circolare che toglie il fiato. La linea melodica è umorale, sincera ed intimistica, mai disgiunta dal testo, e la voce morbida, delicata, calda ed ombrosa domina dall’inizio alla fine come il canto triste di una sirena seducente e compassionevole.

Il successo arriva con l’album successivo, ad oggi il suo migliore, “Fumbling Towards Ecstasy” (1993), ipnotico, sfaccettato e scintillante, in cui alla componente acustica si affianca una dimensione soft-rock elettronica in efficace contrasto con la vocalità vellutata della Mclachlan. Cifra stilistica della voce diventano i vertiginosi scivolamenti dal registro di petto a quello di testa mentre gli arrangiamenti di Marchand puntano a creare un landscape musicale interiore tortuoso, teso e sottilmente inquietante. Se la voce accarezza e conforta, il pavimento sonoro è affilato come un rasoio e le melodie, mai banali, pescano nel fondo dell’anima ed illuminano senza paura zone oscure e ferite lancinanti. Elettrizzanti “Possession” e “Fear”, struggente “Elsewhere”, devastante “Hold On”, gotica “Ice”, dolcissima “Good Enough”, mistica e liberatoria la title-track.

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La consacrazione avviene nel 1997 con il Lilith Tour e l’album “Surfacing“, 11 milioni di copie vendute nel mondo e 2 Grammy Awards: una sofisticata raccolta di canzoni scritte in punta di penna e degna di “Blue”, l’album-capolavoro di Joni Mitchell, senza dubbio il punto più alto del songwriting confessionale americano. Asciutta ed ispirata la Mclachlan distilla perle radiofoniche soft rock come “Building A Mistery” e “Sweet Surrender”, la catartica ballata per chitarra e piano “Adia” e la sublime “Angel”, un pezzo al pianoforte di siderale lirismo ormai entrato nella storia della musica. Il panorama musicale tratteggiato da “Surfacing” è simile ad un quadro impressionista raffigurante un cielo nuvoloso che si sta rischiarando, qua e là ancora squarciato da improvvise, tempestose chitarre elettriche. Prevalgono le tonalità pastello con venature cupe e malinconiche e la ricerca della “bellezza nella tristezza” si afferma come canone estetico fondamentale.

Giunta all’apice della carriera con il live “Mirrorball” del 1999 la Mclachlan si prende una pausa e ritorna sulle scene nel 2003, ma “Afterglow”, molto simile a “Surfacing” per struttura ed ispirazione e degno di nota soltanto per i brani di apertura e chiusura, “Fallen” e “Dirty Little Secret”, rivela i limiti della formula ed una evidente stanchezza compositiva sopperita dalla tipica, sontuosa produzione di Marchand.

Ancora non distribuito in Italia ma facilmente reperibile su Amazon e iTunes, “Laws Of Illusion” riaggiusta finalmente il tiro e ci riconsegna una musicista nel pieno della forma, raffinata narratrice delle ferite dell’anima. La confezione è sempre un po’ troppo pop rispetto agli esordi ma la qualità della voce, la delicatezza del fraseggio e la capacità di dar vita a melodie semplici e profonde fanno di “Laws Of Illusion” un piccolo instant-classic.

Per chi voglia accostarsi alla musica della Mclachlan consigliamo la raccolta “Closer” contenente due inediti molto belli “U Want Me 2″ e “Don’t Give Up On Us”. Se sentite riecheggiare Dido state certi che è quest’ultima ad aver copiato tutto. La musica e la voce di Sarah entrano sotto pelle lentamente, in punta di piedi. Sembra che chiedano il permesso. Ma vale la pena di farli entrare. Una volta dentro, sono un tesoro inestimabile.

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