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La voce della padrona

Dall’ultima esibizione dei Nightwish al Palalido di Milano con Anette in qualità di vocalist alla prima uscita italica di Tarja Turunen il passo, temporalmente parlando, è stato assai breve. I dubbi che ci aveva lasciato la Olzon il 2 Marzo scorso crescono fatalmente al termine di questo live. Non saltiamo però già alle conclusioni, bensì ripercorriamo la particolare serata dell’Alcatraz.
Di opening-act non se n’era parlato e solo all’ingresso nel locale, sbirciando nel banchetto del merchandising ufficiale, ci imbattiamo nel misconosciuto moniker Passionworks.

L’apertura è però affidata, un po’ nella sorpresa generale, a Doug Wimbish che, solo soletto (e notevolmente esaltato), scarica tutta la sua adrenalina contro un pubblico ancora in fase di assestamento. Il personaggio, decisamente fuori dagli schemi, approfitta del palco tutto suo per una breve apologia del più classico dei peace&love in cui trova modo di incastonare una lunga serie di “Fuck you George W. Bush” prima, durante e dopo la performance di “Terrorism”. Per la successiva “Resistance Of The Cell” entrano in gioco anche altri membri della band di Tarja, quali Max Lilja, Mike Terrana e Alex Scholpp. Un assaggio delle capacità espressive di ciò che verrà.
Prima però è il momento di fruire delle note del vero e proprio opening-act: i Passionworks. La facciata è a dir poco bizzarra: il batterista che suona praticamente seduto per terra e la cantante vestita di seta e swarovski e con in testa lo scalpo di un orsetto di pelouche. Non esattamente una lezione di stile, ma si sa, chi non stupisce è perduto. La performance è però gradevole e particolare, anche se ben lontana dal sound scintillante del loro disco.
Infine giunge il momento di Tarja.

Oltre ai suddetti Alex, Mike, Max e Doug le fanno compagnia sul palco Maria Ilmoniemi alle tastiere e il fratello Toni Turunen, vero e proprio jolly. Il nodo gordiano che immediatamente viene al pettine è il seguente: Tarja è una showgirl dall’impatto devastante, è perfettamente consapevole di possedere un carisma fuori dal comune e altrettanto conscia di avere a disposizione probabilmente la migliore ugola di tutto il panorama metal maschile e femminile. L’esibizione è impregnata di tutto questo, con la sirena finnica che demolisce il palco con le sue doti canore fuori misura. Nel suo essere diva però talvolta trascende. Così in un’ora e mezza scarsa finisce per cambiarsi d’abito ben sei volte (sfoggiando tutte mise ricercatissime), riuscendo addirittura ad avere praticamente sempre il colore del microfono in coordinato. Cose per ricchi. Così mentre Terrana ci rammenta con la sua performance che l’uomo è pur sempre un animale (ma lui più di altri), è fratello Toni a sorprenderci, con la sua valida esibizione in qualità di chitarrista, batterista aggiunto, tastierista e vocalist. Dietro il dna di Tarja e i pettorali oversize si cela un’insospettabile versatilità.
La serata scorre via secondo programma, con una decina di brani tratti dal (mediocre) “My Winter Storm” e tre Nightwish song. Volente o nolente il connubio tra le composizioni di Tuomas Holopainen e le interpretazioni di Tarja si è ormai rotto, ma l’esecuzione di “Nemo” non lascia adito a dubbi: una grande voce non può essere rimpiazzata da niente e nessuno. L’esecuzione del singolone di “Once” ad opera di Tarja cannibalizza letteralmente quella che fu la versione 2.0-beta somministrata ai fan dai nuovi Nightwish.

Piaccia o no, lo spinoso split ci lascia una Tarja scevra di un songwriting brillante e i Nightwish orfani di una voce immensa.
Alla luce di questi due live (che forzatamente ci siamo trovati a mettere in parallelo) non possiamo che pronosticare (e auspicarci) l’ennesima reunion di qui a qualche anno.
Sulla serata, fatti i dovuti plausi ai musicisti, non c’è molto altro da aggiungere. La brevità della performance era quasi d’obbligo, non potendo né volendo attingere troppo al vecchio catino.
Al calare del sipario, dopo un così bello spettacolo, rimane solo il dubbio di come e quanto Tarja possa davvero “camminare da sola” senza venire travolta dalla “winter storm”.

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