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La Vucciria come una poesia folk: intervista con Alessio Bondì

Alessio Bondì, classe 1988, è un cantautore originario di Palermo che esordisce ufficialmente nel 2015 per la Malintenti con “Sfardo”, album interamente cantato in palermitano; in precedenza si era già fatto notare dal pubblico e dalla critica italiana e straniera con svariate partecipazioni e vittorie ai concorsi, come al Roma Folk Fest, il Premio De Andrè, il Festival Poemus in Georgia. A incuriosire di lui non è soltanto l’uso del dialetto piuttosto che l’italiano, ma anche quell’ambiente teneramente familiare, intimo in cui le canzoni di Bondì ci trasportano grazie al suo delicato linguaggio degli affetti. Accompagna il tutto una voce tersa e pulita, che riesce a soffondersi quasi a voler confidare le esperienze e le impressioni di chi si fa piccolo (ma attento) come un bambino. Abbiamo voluto conoscerlo meglio, e per farlo lo abbiamo intervistato.

Partiamo dal principio, dal tratto distintivo della tua musica: il dialetto siciliano, o meglio palermitano, come “lingua ufficiale” delle tue canzoni e del tuo album d’esordio. E’ stata solo una scelta stilistica o nasce da una necessità comunicativa?

Penso di lavorare sull’urgenza di dire delle cose e la mia urgenza in quel momento è esplosa in siciliano, non è stata calcolata. E’ la lingua della mia famiglia e che si è sempre parlata nella mia città fino a un paio di generazioni fa, poi è entrato a far parte della quotidianità anche l’italiano. Il mio corredo genetico e tutta l’eco di un dolore antico arriva in siciliano, non in italiano. Poi è diventato sicuramente un tratto stilistico; inizialmente ci ho lavorato come attore di teatro, recitavo e cantavo in palermitano, interpretavo testi del mio maestro Antonio Giordano, da lì in maniera rapsodica ho buttato giù delle cose mie e le ho convogliate in un album. Ho comunque sempre scritto canzoni ma da adolescente le scrivevo in inglese, poi mi sono dedicato al teatro, che mi ha esposto davanti a un pubblico; la fusione tra questa timidezza e la violenza del palcoscenico, che ti mette a nudo di fronte alle persone, forse ha dato sfogo a questa cosa.

Suoni in tutta Italia e anche all’estero, non tutti possono capire per intero il testo delle tue canzoni, eppure piaci molto al pubblico. Cos’è che, a parer tuo, la tua musica riesce a trasmettere anche a chi non parla palermitano?

C’è una parte molto ragionata nella composizione delle canzoni. Io so benissimo che a livello di linguaggio possono essere capite solo da chi viene da Palermo, ma ho lavorato sulla musica in modo tale che fosse la rappresentazione musicale, la colonna sonora di questo monologhetto che io andavo a scrivere. Tendo in ogni caso a voler far emergere molto la mia parte “inconscia”, l’eccessiva razionalità non ti racconta niente, come per le poesie, se è solo un enunciato di quello che stai sentendo non è una poesia. Se lasci spazio all’interpretazione e fai emergere quelle cose che ti squarciano dentro, allora si tratta di un materiale interessante ed è così anche per la musica.

Penso di lavorare sul mio inconscio che in parte può essere collettivo: se nel momento in cui compongo, sento, sviscero una canzone mi emoziono, allora può emozionare anche un altro, anche se per fatti suoi. E’ come trovare una fiammella da cui può scaturire un incendio.

Il tuo sound folk accompagnato dalla chitarra è molto versatile e sfumato, un po’ mediterraneo ma anche molto di “frontiera”, internazionale. C’è stato qualche autore che senti ti abbia formato in questo tuo gusto “multiculturale”?

Ce ne sono un miliardo e non ho mai riflettuto a lungo su quello che mi ha influenzato. Ho ascoltato e ascolto tonnellate di musica che proviene da tutto il mondo. Nell’armonia con la chitarra mi sono ritrovato a sviluppare delle cose a partire da un gusto manouche degli accordi, il jazz “zingaro” è un genere che mi ha sempre emozionato. Un autore che seguo e osanno è Rufus Wainwright, forse un po’ si sente in quello che faccio. Quel piglio lì, quella pennata di chitarra che si ritrova declinato in vari modi in tutto il disco deriva da una moda forse passeggera ma che a me piaceva tanto: attraverso i Mumford and Sons, i Lumineers, veniva recuperato un genere che io ascoltavo tanto quando avevo 16 anni con Bob Dylan, Leonard Cohen. Poi ero passato ad altro, ma qualche anno fa questa nuova onda folk mi ha fatto ricordare ciò che mi piaceva prima e mi ha fatto un po’ tornare all’infanzia e alla mia adolescenza.

Arriviamo al tuo album: come descriveresti “Sfardo” e il tuo mondo musicale a qualcuno che non ti conosce?

Questo è sempre molto difficile e rispolvero sempre il buon Frank Zappa quando dico che “parlare di musica è come ballare di architettura”. Consiglio sempre di ascoltare la musica. Quando ho iniziato non avevo il disco prodotto e andavo per locali non dicevo mai che cantavo in siciliano perché so che si va incontro a un grandissimo pregiudizio nei confronti della musica dialettale. Dico: ascolta la musica, vieni a un concerto e poi ti fai un’opinione. Per me è una cosa talmente personale che non riesco a definirla. Mi piace sul palco vedere l’emozione, interpretare, arrivare a delle sensazioni profonde. Il disco serve per immortalare un momento musicale che sta succedendo. Il nuovo disco lo sto registrando tutto dal vivo, percussioni, batteria, basso, tutto quello che si riesce a registrare dal vivo lo sto registrando, non voglio che si perda quel grado di errore umano e di freschezza che ti può dare la sbavatura. Non voglio ingessarmi su un metronomo. Preferisco il calore di una situazione vera che non fare il virtuoso della chitarra che non sono.

alessio-bondi2Nelle tue canzoni, oltre a esprimerti in quella che potremmo definire la tua “lingua madre”, evochi spesso immagini e situazioni legate alla tua infanzia, alla tua terra. Quanto sono importanti per te i ricordi? Qual è il tuo rapporto con Palermo (ho letto qualcosa a proposito di una “sciarriata”, cioè una litigata…)?

Io credo che siamo fatti di ricordi, siamo l’esito di un ammasso di ricordi. Sono importanti per me, per te, per tutti. Stanno lì, che tu lo voglia o meno, compongono la tua vita e la tua storia personale. E’ necessario fare loro una visitina ogni tanto con un certo sorriso o con la voglia di risolverli, perchè alcuni ricordi hanno bisogno di un morso o un pugno o di qualcosa di più forte. Palermo…in realtà sono molto più clemente ora rispetto a prima. Ho difficoltà a definirla la mia città perché per molto tempo non l’ho accettata, credo di essere proiettato verso luoghi e atmosfere in cui per un motivo o per l’altro io possa essere me stesso e felice e fare ciò che mi piace, e questo luogo potrebbe essere anche Palermo. Per motivi storici, politici o di criminalità questa città è rimasta in fondo a un pozzo e ha del potenziale infinito, diverso dallo spotlight che al cinema e nella musica si è sempre buttato sopra, è veramente una miniera d’oro. Esiste una umanità difficile da imitare.

Mi capita di girare in Italia e sentire persone che imitano il palermitano, ma anche solo il dialetto è difficilissimo da riprodurre. Palermo possiede un grado di umanità, naturalezza e fisicità di gesti, parole e modo di vivere davvero rare, ed è bellissimo. Io credo che Palermo (e il Sud Italia in generale) sia vittima di una storia coloniale. Più studio più capisco che in fondo non è colpa nostra, ci sono un sacco di fattori politici, finanziari che ti raccontano la valorizzazione o la depressione di un popolo. Quindi con la mia città siamo sempre sciarriati, ma ogni tanto ci diamo un bacetto.

Quindi oltre ad essere musicista hai esperienza anche come attore. Ti piacerebbe unire le due cose? Mi viene in mente il teatro-canzone di Gaber…

Non ho mai visto uno spettacolo intero di Gaber, purtroppo solo ciò che c’è su YouTube, ma a prescindere dal livello di preparazione, o di bravura, o di bellezza del testo teatrale, il teatro-canzone è nello spirito di chi lo fa non nella forma. Credo in un certo senso di farlo già, non perché lo abbia programmato, ma perché molti di quelli che vengono ai miei concerti sanno che io parlo prima delle canzoni. Per esempio la canzone Vucciria dura 5 minuti circa, ma se aggiungi il monologo che faccio prima arriviamo a 20 minuti alle volte, perché io spiego tutto quello che riguarda la Vucciria in un modo che sia divertente, che tenga l’ascoltatore attento a quello che dico senza annoiarsi. Anzi, per alcuni quel pezzo diventa cavallo di battaglia perché gli piace tantissimo quello che racconto prima più che la canzone stessa!

I prossimi immancabili appuntamenti quali sono?

Ci sarà un concerto importante a Milano il 31 gennaio a Campo Teatrale, dopodiché c’è un po’ di silenzio, a parte qualche serata non definita. Ci tenevo molto a questa data, anche se sto registrando il nuovo disco. E’ immancabile fare l’album e purtroppo non è condivisibile; ma solo per il momento, fra un po’ lo sarà!

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