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    Labyrinth

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I Minotauri

Dalla selva oscura nella quale parevano essersi persi durante le registrazioni di “Sons of Thunder”, riemergono i Labyrinth – senza un elemento fondamentale come Olaf Thorsen, la separazione dal quale è stata soltanto una delle tante amenità accorse alla band negli ultimi tempi, ma con tanta voglia e determinazione di (ri)farsi largo nel panorama metal internazionale.Un disco, questo platter autotitolato, che si pone come una naturale evoluzione di quello che fu il già citato “Sons Of Thunder”: naturale perché tale sarebbe stato migliorare la lacunosa produzione di quel disco; naturale poiché tale sarebbe risultato anche riprendere e sviluppare ulteriormente le buone idee in esso contenute, proseguendo per la strada che queste ultime aprivano. Una via che portava i Labyrinth ad affrancarsi dal power sinfonico minuziosamente prog-oriented che pure aveva dato loro credibilità (e un certo successo commerciale) ai tempi di “Return To Heaven Denied”, abbandonando la componente sinfonica, inspessendo il sound e sfruttando ulteriormente la venatura prog. Oggi abbiamo di fronte una canzone come “Just A Soldier (Stay Down)” con le sue ritmiche ad un passo dal thrash, un flavour progressivo sparso qua e là lungo il lavoro ma particolarmente gustoso in pezzi come “Livin’ In A Maze”, “Hand In Hand” o “Synthethic Paradise”, per l’intro della quale si è addirittura pensato ad una base ritmica Jungle (o drum ‘n’ bass, se preferite) unita a ricercati e particolari suoni di tastiera – la fisionomia generale della canzone, però, non sarebbe stata male anche in un disco, per dire, degli Shadows Of Steel. Non si perde di vista il metal diretto, potente e melodico: “The Prophet”, “Terzinato” e “Slave To The Night”.
Sugli scudi, al solito, Roberto Tiranti, per alcuni un singer bravo ma tutto sommato trascurabile, per altri uno dei vanti del panorama musicale tricolore – comunque la si voglia vedere, un’interpretazione come quella di “Neverending Rest”, una delle due ballad del lotto, è inevitabilmente da antologia. Onore al merito per Andrea Cantarelli, quello che una volta era conosciuto come Anders Rain (finalmente i discutibili pseudonimi esterofili, una volta a quanto pare necessari, sono venuti meno), che riesce nell’impresa, per alcuni a priori dubbia, di non far sentire la mancanza di Olaf Thorsen. Merita una citazione a parte anche il lavoro alle tastiere, al quale si accennava più su, svolto da Andrea De Paoli, il quale, attraverso interessanti scelte di suoni e vari accorgimenti distribuiti qua e là, conferisce senz’altro maggior gusto alle canzoni contenute in questo disco (“When I Will Fly Far”).
L’indicazione fondamentale che si trae da “Labyrinth” è quella inerente una band in forma e pronta a dimostrarlo, con una sua personalità sonora che va consolidandosi via via sempre più: sara campanilismo, ma a noi questa notizia non può che fare piacere.

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