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  • Lacuna Coil: Karmacode

    Lacuna Coil

    Data di uscita: 26-03-2006

    Loudvision:
    Lettori:

La potenza del Karma

Per ragioni poco credibili, questo disco lo aspettavano in molti, come se fosse importante che il gruppo ispiratore degli Evanescence fosse in grado di riprendersi la maternità del genere. La risposta è no. No, non è rilevante. No, non è necessario. Infine, è no anche per il risultato: gli azzurri del goth non ce la fanno.
I Lacuna Coil di “Karmacode” sono uno smerigliamento di coglioni: punto. Rintracciando la storia del gruppo, troviamo due album di buon gusto ed un “Comalies” già in fase discendente, troppo volto alla commercialità. Il che non è un male, quando si tratta di un mestiere, ovvero quello del venditore, non dell’artista. Quando si crea un disco per il grande pubblico, c’è pure una vena ruffiana, ma sta nell’intelligenza del musicista far capire quanto anch’egli è coinvolto. Se, viceversa, venditore e compositore diventano idealmente la stessa persona, siamo semplicemente davanti ad una pacchianata, da cui fuoriesce soltanto uno svilente “ti piaccio?”.
I Lacuna Coil di “Karmacode” raccolgono il peggio della peggior scena nu-metal americana: la prevedibilità dei riff dei Korn, i tempi pop-rock à la Limp Bizkit, la scontatezza delle linee vocali dei Linkin Park, le patinature degli Evanescence ma senza il loro carisma. Inoltre, accusano il colpo dell’ ‘allievo che supera il maestro’, non soltanto per una sterzata di stile che ha del sospetto, ma soprattutto perché, nel cercare di imitare qualcuno più esperto di loro nel prendere in giro un pubblico di bocca buona, riescono a battere il record del peggior risultato possibile (finora). Le linee vocali corrono dietro alla ritmica nel più pronosticabile dei modi, senza il benché minimo sforzo. Poi c’è il caso umano di Andrea Ferro: c’è già qualche acuto osservatore che, notando la ridicola performance nel singolo “Our Truth”, si è chiesto la raison d’être d’un singer dalle doti tecniche limitate e dal timbro discutibile. Lasciamo perdere, poi, il fattore charme che risente del fascino, per (s)contro, della controparte femminile. “Karmacode”, quando non dà lezioni di nu-metal 101, si impegna in scale lusitane e vocalizzi orientaleggianti tanto fuori luogo quanto superflui, mero esercizio di stile per Cristina Scabbia. Diciamo anche che di per sé una svolta d’oriente potrebbe dare esotismo ad un brano, che ci sarebbe di male? Il Male Supremo che regna, è la mancata ispirazione, la leziosità che fa passare ogni scelta come ‘obbligata’: “You Create” e “What I See”, inscindibilmente legate (ad un feral destino) sono lampante esempio di quest’ambizione deprivata d’emozione, standardizzata e congelata in uno schema.[PAGEBREAK]Infine, vorrei segnalare il brano dove è più evidente il rodersi dentro per il successo internazionale di “My Immortal”, ovvero “Within Me”, ballata acustica che riesce a dimostrare come un lento possa profilarsi noioso e mediocre, nonostante il genere offra un’infinità di possibilità differenti per rendere un tale brano quantomeno piacevole. Quando, invece, è il nu-metal a voler far sentire all’ascoltatore quanto i Lacuna Coil sono intransigenti e metal, c’è da rimaner basiti nel sentire l’assoluta irrilevanza delle scelte ritmiche, piene di passaggi talmente insignificanti che, invece di insinuarsi con immediatezza, sembrano interminabili temporeggiamenti. Nessun brano riesce a decollare per questo motivo, niente si libera oltre il muro dell’indifferenza, e il tedio scatta fin troppo presto; ad un livello talmente elevato che viene lasciata ben poca speranza alla seconda parte dell’album, cui ci si sforza d’arrivare solo per professionalità. Ed incontriamo allora, fugando ogni paura (“Without Fear”), la cover dei Depeche Mode “Enjoy The Silence”, forse miglior capitolo dell’album (evidentemente, poiché la musica non è loro), ma che, comunque, non riesce nemmeno in questo caso a convincere. Ed il primo motivo che mi viene in mente per spiegare tutto ciò, è che è difficile persuadere facendo affidamento su d’un restyling a modo loro, quando è proprio il loro modo attuale di suonare ciò che non funziona.
Brutto, brutto, brutto. Non mi capitava un album mainstream così sciapo ed insipido da anni. “Karmacode”: qualcosa di cui non hai bisogno, mai. A partire da questo titolo, che vorrebbe anticipare all’ascoltatore questa unione incerottata tra spiritualità orientale e futurismo: ennesima conferma dell’elettronica messa a cazzo. Qualsiasi punto oltre allo zero, è per la produzione e la bravura dello staff tecnico (di cui non ci dimentichiamo). Ma adesso, “Time to forget…”

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