Home > In Evidenza > Venezia 77 – Laila in Haifa

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È uno dei fedelissimi del Lido, Amos Gitai, con qualche sporadica puntata alla Croisette cannense per la sua produzione documentaria. Torna in Concorso a Venezia 77 con “Laila in Haifa”, vertiginosa “ronde” di personaggi e situazioni tutta ambientata in un locale, il Club Fattoush, che esiste realmente ed è gestito da un palestinese che lo ha aperto come atto di resistenza contro l’ex Ministro della cultura israeliano che aveva chiuso l’unico teatro arabo di Haifa. Un luogo d’incontro, un rifugio per tutta la gente di Haifa di qualunque origine. Gitai usa il club come quinta teatrale dove muovere vorticosamente la sua macchina da presa e i suoi personaggi, nel bar, nella sala concerti, sulla terrazza, nelle cucine, nello spazio espositivo, ovunque i suoi attori possano appartarsi, confidarsi, ubriacarsi, ballare. Come sempre, nel cinema del cineasta israeliano, l’obiettivo è quello di comporre i contrasti, di non abbandonarsi al pessimismo, di dimostrare, anche al di là delle evidenze, che una convivenza pacifica è possibile, che arabi e israeliani possano (ri)partire dalla cultura e dalla socialità. Il film inizia con un pestaggio, che viene non solo dimenticato, ma completamente ignorato nel corso dell’opera: non una dimenticanza o un’imprecisione di sceneggiatura, ma una volontà precisa dell’autore.

Nel corso di una notte, attraverso una serie di incontri e situazioni, si intrecciano le storie di cinque donne, che nelle loro relazioni e identità personali sfidano ogni categoria e classificazione. È una sera molto cupa e umida nella città portuale di Haifa. In un bar, si espone l’opera di un fotografo militante israeliano, Gil. Questi incontra la direttrice della galleria Laila (che in arabo è un nome proprio e in ebraico significa anche notte). Il locale è un rifugio per le persone più disparate: uomini e donne, etero e gay, ebrei e arabi, radicali e moderati.

Un po’ sulla scia del Woody Allen di “Mariti e mogli”, Gitai affastella una sull’altra, con una fluidità sia ammirevole che spudorata, storie personali e dichiarazioni politiche, amori e scontri, vecchi e giovani. Non tutto è dello stesso livello, e anzi, a tratti, è abbastanza irritante venir catapultati bruscamente in un ulteriore (micro)mondo umano e narrativo mentre si stava prendendo confidenza con quello precedente. Ma lo stile registico accompagna perfettamente la frenetica mobilità umana e sociale, grazie a lunghi e articolati piani sequenza, alternanza di primi piani e campi medi, senza mai creare fratture con il montaggio ma conferendo un ritmo “musicale” alla narrazione, che accelera e rallenta, ha momenti riflessivi e altri più sincopati. Ci si ama, si tradisce, si offende, si piange, si parla di politica, di economia, di resistenza, e l’unico a farlo come fosse un libro stampato è l’anziano milionario israeliano, con una moglie/trofeo giovane da esibire al vernissage come un’opera d’arte, vittima (o forse no) del ricatto di una giovane attivista palestinese.

Bravissime e bellissime tutte le attrici (Maria Zreik, Kahwla Ibraheem, Bahira Ablassi, Naama Preis), ognuna con una scena madre: escono dal film in punta di piedi, continuando “altrove” le loro vite, fino all’irruzione meta del finale, quando tutto si congela e la teatralità viene esibita con due monologhi, che incorniciano e chiudono il film. Un’ultima annotazione: Gil (Tsahi Halevi) viene definito sia artista israeliano che palestinese, è arabo ma ha una sorellastra isrealiana, riassume in sé e nella sua arte (foto di scontri, di macerie e di morte, dove “non vogliamo immagini con i soldati”) tutto l’assunto del film e della carriera stessa di Gitai.

Un Gitai indubbiamente minore rispetto ai capodopera di una carriera gloriosa (ricordiamo almeno “Rabin, The Last Day” e “Ana Arabia”, recensiti dal sottoscritto in precedenti Concorsi veneziani) ma ancora una volta da consigliare. Un film più “leggero”, che probabilmente non gli consentirà di portare a casa alcun premio, ma che ci regala comunque, all’interno di una Selezione Ufficiale, per mille motivi, di qualità non eccelsa, una delle visioni più piacevoli e stimolanti.

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Contro

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