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Lei, l’amore virtuale secondo Spike Jonze

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Tra i film più amati dell’ultimo Festival di Roma e fresco vincitore dell’Oscar per la miglior sceneggiatura, “Lei” di Spike Jonze (qui la nostra recensione) mantiene le promesse e rappresenta il grande ritorno del regista statunitense dopo il mezzo flop di “Nel paese delle creature selvagge”.

Protagonisti uno strepitoso Joaquin Phoenix, un attore in grande ascesa che migliora film dopo film, e Scarlett Johansson, presente però solo in voce; leggere il suo nome nei titoli di testa per lo spettatore italiano sarà un mistero ora che il film arriva doppiato — Lei è Micaela Ramazzotti — nelle nostre sale.

Riuscito mix di futuro prossimo probabile più che possibile e indagine universale sui rapporti amorosi, “Lei” affascina e coinvolge per più di un motivo.

L’ambientazione in una Los Angeles ultrapop dai colori pastello ben si presta a fare da sfondo alla vicenda, nella quale Theodore (Phoenix), alle prese con un divorzio complesso e doloroso, decide di provare il nuovo sistema operativo OS1, novità tecnologica che simula una personalità umana con la quale si può interagire, e decide di assegnargli una voce femminile.

Il film potrebbe essere visto come un aggiornamento del capolavoro “Eternal Sunshine of the Spotless Mind” della coppia Gondry/Kaufman, perché ne condivide quasi in toto la struttura narrativa: un pretesto semifantascientifico che fa da cornice alla storia, che in realtà si muove su registri più “alti” e universali. Cosa ci rende umani? La nostra fisicità o la nostra mente? La capacità di provare emozioni o quella di acquisire conoscenze ed esperienza? Un tema anche abusato al cinema da “Blade Runner” in poi, ma comunque mai così attuale. Gli OS sono dei compagni immateriali con cui conversare e, anche, di cui innamorarsi, con loro si può vivere una storia d’amore platonico perfetta, anche perché nei momenti di difficoltà si può spingere il tasto off.

Spike Jonze è bravissimo a presentarci tutti i lati del suo protagonista, da quelli più teneri a tutte le sue inadeguatezze e immaturità, mentre Scarlett Johansson realizza il sogno di ogni attrice: abbandonare il bellissimo corpo e immergersi in un ruolo di recitazione pura, che non è nemmeno doppiaggio. Scommessa vinta, per tutti.

Jonze continua ad essere un regista che si trova a suo agio quando dirige storie dove la realtà è deformata da una chiave narrativa e d’ambientazione che sfiora l’irrealtà. Lo studio di design su abiti e ambienti è accurato, il futuro che vediamo nel film potrebbe iniziare tranquillamente dopodomani. Una scena rimarrà probabilmente per sempre nella memoria: un rapporto sessuale con un corpo e con un occhio virtuale, due entità che per una volta provano ad essere una. Ma non funzionerà.

Il lato concettuale di “Lei” è più efficace di quello narrativo, il film nella parte centrale gira un po’ a vuoto, ma l’ultima mezz’ora è davvero poetica e delicata. Persino troppo, per i miei gusti, ma questo di sicuro non guasta la visione.

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