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L’Anarchia di Jason Blum

Jason Blum è un giovane produttore tra i più interessanti.

In sei anni è riuscito a portare i film dell’orrore ad un livello ben più che eccezionale sia dal punto di vista del successo di pubblico che per la quantità di premi vinti.

È incredibilmente uno dei pochissimi produttori del momento ad avere un tratto riconoscibile come quello di un regista: i suoi film — da “Paranormal Activity” a “Insidious” — si somigliano, ne recano l’impronta.

Quello del low budget, in fondo, è un metodo chiaro: fare tanti soldi spendendone pochi è il sogno di tutti, ma Jason ha una marcia in più che gli consente di riuscire nell’impresa, scegliendo registi d’esperienza che ritiene interessanti anche se non hanno ancora fatto film di successo.

Lo stesso può dirsi per gli attori: Jason trova un modo per azzerare anche quella che solitamente è una delle voci più importanti del budget, lavorando con attori alle volte sconosciuti, ma altre volte molto noti, senza pagarli quanto che li pagano gli altri.

«Pensate di essere all’università — spiega durante un incontro con la stampa romana — e di dover fare un casting per un film, occorre trovare l’attore giusto per il personaggio e poi lavorare su quello. Questo modo di gestire il rapporto rende più semplice avere anche attori di fama».

È dunque lecito chiedere come questo metodo di produzione sia percepita a Hollywood. Jason sorride e racconta di un rapporto di amore ed odio: «Facciamo cose diverse dagli altri: molti ci apprezzano, altri pensano che facciamo abbassare la qualità. A me piace questo settore e non ho pregiudizi».

Anarchia – La Notte del Giudizio” di James DeMonaco, che uscirà il 23 luglio, è forse il titolo più clamoroso del genere. Perché erano decenni che i film dell’orrore non tornavano ad essere così spiccatamente politici per intrattenere dicendo anche qualcosa con forza. Jason, in effetti, sperava in una forte reazione, voleva farsi portatore di un messaggio sociale.

Tuttavia, “Anarchia” contraddice molto del “paradigma Blum”: non è girato in un solo ambiente, la città è deserta e le idee non sono interamente originali.

Alla domanda «come si inizia a fare il produttore?», Jason risponde che «si inizia esattamente come un regista o uno scrittore: senza chiedere il permesso a qualcuno. Non ci sono barriere di ingresso. È importante darsi da fare».

Peraltro, questo è ancora più vero oggi che la linea di demarcazione tra cinema e televisione sta progressivamente crollando. Ci sono idee normalmente sviluppate al cinema che funzionano anche in televisione, dove si hanno a disposizione più di 90 minuti. Una televisione creativa allora, che sia alternativa al cinema, ma in modo che nessuno escluda l’altro.

In “Anarchia” moltissimo della paura passa attraverso il video. Qualcuno guarda qualcosa. In questa maniera si è riusciti a creare una visione nella quale lo spettatore esplora l’immagine: più precisamente l’immagine è ferma e lo spettatore cerca qualcosa di spaventoso senza sapere se si materializzerà mai. In fin dei conti, le cose che fanno più paura sono proprio quelle reali.

E dunque non avere star nel cast è stata una scelta o una necessità? Jason sorride: «Per noi la vera star è stata l’idea. La capacità di colpire la fantasia del pubblico».

Quanto al rapporto con il regista, Blum gli riconosce un ruolo importante, confessa di avergli dato idee e suggerimenti, ma lascia sempre che sia lui il vero volto del film.

E agli scettici che pensano che il low budget sia sinonimo di cattiva qualità ribatte che bisogna considerare che ci sono modi diversi per ridurre i costi: «I soldi corrodono la creatività. E spesso i problemi sono proprio legati alla spesa. Occorre fare le cose al meglio e questo è possibile anche con pochi soldi e grande creatività, in modo che nemmeno con più soldi potrebbero essere migliori».

«Non sono nato appassionato di horror, come Tarantino — aggiunge — anzi, ho amato Hitchcock, i film d’arte, il cinema indipendente. Mi sono veramente appassionato all’horror solo 6 anni fa quando ho capito di avere una connessione particolare con il pubblico e ho imparato a lavorare in questo modo».

Infine ci racconta di come una delle sue sceneggiature fu appoggiata da Steve Martin: «Mio padre era un gallerista di successo e Steve era interessato al settore, erano amici, ma io non l’ho mai incontrato. Quando ho finito il college ho chiesto a molti di leggere la mia sceneggiatura. Mio padre mi disse di chiamarlo. Lui ammise che gli era piaciuta molto e scrisse una lettera, dicendosi disposto anche ad investire. Io gli chiesi solo se fosse disposto a far leggere la sua lettera al pubblico. E lui acconsentì».

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