Home > Recensioni > Lars Eric Mattsson: Earthbound

C’è di meglio nel passato di Lars

Dopo solo un anno dall’uscita della pregevole rock opera, del 2004, intitolata “War”, il guitar hero svedese propone quarantatre minuti di autocelebrazione, somma sintesi del proprio cammino evolutivo, sia come solista che come acclamato membro dei Vision, Book Of Reflection e Condition Red.
L’album, integralmente strumetale, mira a mettere in mostra unicamente le doti artistiche e velocistiche dello strumentista, realizzando un progressive di media qualità. Al timone di tutti gli strumenti c’è solo Lars, che muove corde di chitarra, di basso e tastiere, accompagnato ancora una volta dalle pelli di Eddie Sledgehammer.
Già di per sé penalizzato da una produzione fuligginosa, il songwriting, dopo una buona partenza, perde pezzi per strada e, se non fosse per l’indiscutibile dote esecutiva, l’album sarebbe destinato ad un celere declino, non fosse altro per la melodia che spesso si intravede solo di controluce.
Se in War la sbornia di progressive veniva smaltita grazie anche alle linee melodiche della voce, questa volta, mancando anch’esse, gli ambienti musicali restano tra i più manierati e fini a sé stessi. Ciò, invero, se può costituire la gioia di quei fanatici che amano leggere nelle composizioni ciò che nemmeno lo stesso autore intendeva dire, andandole a sezionare come chirurgi di mosche, rende tuttavia il lavoro privo di un filo conduttore e di una ragione unitaria. A recuperare l’irrecuperabile non giova nemmeno l’inserzione di ballate più intime e talvolta dal tono vagamente folk, di più facile appiglio.
Un lavoro tutt’altro che immediato, in definitiva e, pur nello stesso tempo, troppo breve (non raggiungendo i quarantacinque minuti), che suggerisce di ricordare Lars per quanto di buono ha composto un momento prima di questo capitolo poco felice.

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