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Lazzaro si è alzato e corre

Tutto esaurito per la calata meneghina di Nick Cave. Nuove generazioni entusiaste di “Dig Lazarus Dig” si mischiano a veterani cultori dei Birthday Party e di “From Her To Eternity”, tutti venuti per vedere la nuova veste del Re Inchiostro, con tanto di baffoni rock n’ roll.

Aprono la serata Ed Kuepper & Jeffrey Wegner, duo chitarra/voce e batteria piuttosto anonimo dedito ad un rock blues senza molte pretese e a dire il vero con una tecnica che spesso si rivela insufficiente. Il pubblico comunque applaude i due e sembra gradire.

Alle ventuno e dieci le luci si spengono e parte la giostra. Cave e compagni fanno la loro entrata sulle note di una “Night Of The Lotus Eaters” che dal vivo è un continuo susseguirsi di esplosioni, quelle che la versione su disco continua a caricare ma non concede mai. Cave è fin da subito completamente immerso: canta perfettamente, dialoga col pubblico e lo fa cantare, si muove con un magnetismo assoluto che cattura l’attenzione di tutti i presenti. Da qui fino alla fine non ci sarà un solo calo. L’ultima fatica in studio viene riproposta quasi per intero, con picchi assoluti nelle incredibili riproposizioni di “Midnight Man”, “Lie Down Here” (Cave corre per il palco e il pubblico canta tutti i cori), la spassosa “We Call Upon The Author” e la toccante “Jesus Of The Moon”, con tanto di solo di flauto traverso di Warren Ellis.

La band accompagna in modo perfetto con l’apporto di due batterie e percussioni, incastrate a dovere e protagoniste delle parti più potenti, soprattutto nei fraseggi di Thomas Wydler. Ellis violenta il suo violino in mille modi alternandolo alla fedele Mandocaster.

La scaletta va anche ovviamente a ripescare dal passato, tirando fuori dal cappello uno splendido riarrangiamento di “The Mercy Seat”, i brividi di “Red Right Hand” e la carica di “Deanna” e “Papa Won’t Leave You Henry”, tutte riviste secondo il più recente approccio rock n’ roll della formazione. Vero, spogliate del marciume e inquietudine originali, ma dannatamente efficaci nel far muovere la gente, soprattutto grazie alla figura di Cave sul palco, vero e proprio padrone di casa (“Milli fuckin’ grazie!”).

Dopo un finto finale con “More News From Nowhere” il gruppo rientra e Cave organizza col pubblico il coro di “Oh mamma” per “The Lyre Of Orpheus”. “Get Ready For Love” scatena il palazzetto, “Hard On For Love” lo scuote e “Into My Arms” lo commuove prima di un secondo rientro con “Jesus Of The Moon” e la grandiosa chiusura con “Stagger Lee”.
Si dica quel che si vuole su Nick Cave, ma sta di fatto che da quando ha abbandonato la tunica da predicatore ed ha lasciato che il baffo prendesse possesso di sé l’australiano ha recuperato una verve, un carisma ed un’ispirazione che ormai si temeva fossero sottoterra. Fortuna e gloria a lui ed ai Bad Seeds.

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