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Le ali della libertà

Un film seducente e libero, che si muove con agilità drammaturgica tra pubblico e privato, etica e società. Una sfida chiara – vinta – a censori e moralisti.

Interamente ispirato a fatti reali, ci parla di libertà, politica, donne: argomenti cruciali e senza dubbio spinosi, a tutte le latitudini. Temi che spesso convogliano su se stessi l’eccessiva attenzione di moralisti, censori e autorità d’eccessiva e maldiretta solerzia. 2Sheherazade, Tell Me a Story” (“Ehky ya Schahrazad” il titolo originale) è una pellicola avventurosa, specie considerando che proviene dall’Egitto, nazione da sempre estremamente vitale cinematograficamente, ma scossa, come gran parte del bacino di lingua araba, da forti attriti e grandi tensioni di carattere etico-religioso. Sbaglia, però, chi pensa che una tale realtà possa soffocare in modo irrimediabile la libertà creativa e l’urgenza di messaggi socialmente imperativi. Ce l’hanno a più riprese ricordato il regista Yousry Nasrallah, gli attori Mona Zaki e Mahmoud Hemida, e lo sceneggiatore Wahid Hamid.

Che problemi può avere con la censura, in Egitto, un film del genere?
Y.N.: Il film è già stato proiettato in Egitto: l’unica critica davvero pesante è stata mossa alla parte finale della scena di aborto, che abbiamo rimosso perché il film potesse essere distribuito. Ma l’attacco non è giunto dalla censura, bensì da gruppi fondamentalisti e conservatori che sono parte integrante della società. Mona Zaki è stata molto criticata, è stata molto coraggiosa a girare quella parte. Se non fosse stata così famosa, questo avrebbe creato delle controversie più grandi. Il rispetto e la notorietà di attrice, sceneggiatore e regista ci hanno aiutato nel fare un film del genere, incentrato sulla figura femminile. Un film che tra l’altro è piaciuto molto al pubblico.

M.Z.: Sapevo di fare qualcosa di diverso da ciò che il pubblico si aspetta da me, parlavo di aspetti delicati che riguardano tanto le donne quanto tutta l’umanità. Sapevo che sarei stata attaccata, ciò che mi ha shockato, però, è che gli attacchi non sono stati in alcun modo di tipo tecnico, sono stati di tipo personale. Ma il film è stato un’ottima opportunità per dire cose che vanno dette oggi, specie nella nostra area.

M.H.: Le critiche sono spesso illogiche, si tende a confondere attore e personaggio. Se copro il ruolo di delinquente, divento io stesso delinquente, e così gli attacchi che dobbiamo affrontare diventano personali. Questo film, poi, aveva dei nudi: nessun problema, ma per una società conservatrice come la nostra questo è inaccettabile. In ogni caso se un attore dice che non può fare certi ruoli, se un uomo dice “Non posso toccare una donna sul palcoscenico”, io mi rifiuto di lavorare con lui.

Signor Hamed, lei aveva firmato un film molto bello dal titolo “Il Velo”: in una scena si vedeva una ragazza, in un bus, rimettersi il velo per l’imbarazzo di trovarsi unica senza…
W.H.:Coloro che portano il velo in Egitto, o nel mondo arabo, lo fanno per convinzione religiosa. Il problema è quando invece lo si fa per sentirsi parte della società, per diventare più accettati. Noi rispettiamo coloro che portano il velo per convinzione, ma non coloro che lo fanno per comodo. Tornando al problema della censura, vorrei aggiungere che i contrasti veri nei confronti dell’arte provengono da personaggi che parlano un linguaggio antiquato. Il film è stato rifiutato solo dagli integralisti islamici: ma sono molto fiero del fatto che nessuna autorità politica ci abbia fatto pressioni.

Quali sono le difficoltà di trasformare una sceneggiatura del genere in qualcosa di personale?
Y.N.: Non penso che un testo possa essere vissuto come qualcosa di estraneo. L’opera di Hamed è molto personale per lui, ma innamorarsi del testo, leggerlo, assorbirne lo stile, lo rende un testo di cui ci si appropria. Quindi semplicemente l’ho fatto mio. Lo stesso accade per la musica o i testi poetici: esiste sempre un momento in cui si trasformano in un’esperienza personale. E c’era qualcosa di fortemente liberatorio nel testo di Hamed: potevo contemporaneamente essere me stesso ed essere regista. Spesso quando siamo noi a scrivere, tentiamo di introdurre una distanza che ci discosti da ciò che creiamo, un processo difficile che non sempre riesce. Stavolta, invece, potevo rimanere me stesso, interpretandolo e rispettandolo pienamente attraverso il lavoro registico.

E quali restrizioni impone lavorare insieme, quando si proviene da scuole differenti, come nel vostro caso?
Y.N.: Mi ha semplicemente chiesto se mi piacesse. A partire da quella consapevolezza, ogni proposta poteva essere discussa. Ma alla base deve esserci l’idea che al regista piaccia il testo. È il rapporto classico tra un regista e un grande autore. Chiaramente, poi, in un film si agisce applicando delle restrizioni: ad esempio dovevo rispettare alla lettera i dialoghi di Hamed. Come dipingerli, come riprenderli, invece spettava a me, ma abbiamo sempre agito di concerto.

Come in molti film egiziani, è forte la presenza di un elemento sensuale: si può definire un tratto tipico di quella cinematografia?
Y.N.: Non credo che si possa generalizzare, dire che un film egiziano debba necessariamente essere sensuale. Ogni film ha alle spalle un regista e delle persone che mettono le loro capacità e i loro stili al servizio della storia. I miei lo sono, anche in virtù del fatto che mi piacciono gli attori in grado di comunicare molto con il corpo.

Fonti d’ispirazione?
Y. N.: Ogni film che mi ha intrigato in vita mia, come i libri e le musiche, mi hanno influenzato: è bello rubare. Non si prende a prestito: si ruba proprio. Adoro Rossellini, Kurosawa, Pasolini, amo il melodramma di Mankievicz e Sirk, ma ci sono nomi eccelsi, nel cinema egiziano, che purtroppo non conoscete. Hassan Al Iman, ad esempio, ha girato grandissimi melodrammi negli anni ’50, nonostante le forti critiche subite. Il film è dedicato a lui: se il mio film riesce a farlo riscoprire anche fuori dall’Egitto, io sono felice.

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