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Le applicazioni ci spiano

Tutti ci siamo imbattuti in applicazioni gratuite scaricabarili sul telefonino, il pc o l’iPad. Magari sono anche perfette, funzionali, estremamente utili o divertenti. Alcuni, senza chiedersi il perché di tanta benevolenza, le hanno installate, non pensando al conto che, anche indiretto, sarebbe stato prima o poi presentato.

Bene, il conto si chiama “tracking on line“. Di che si tratta? Il “tracking” è come una microspia nel telefono, un occhio segreto che lavora 24 ore su 24, nascosto in queste applicazioni. Così, chi le scarica, invia involontariamente un flusso continuo di informazioni sul proprio conto al “controllore”, il quale poi le rivende a terzi per fini commerciali. Come una sorta di sondaggio incosciente. Con la differenza che, poi, per una vita, avremo accanto quelli che cercano di venderci la cassettina del pronto soccorso e i cerotti.

Questo principio – che nessuno fa nulla per nulla – è stato finalmente capito dai consumatori di materiale Apple. E di qui la class action appena intentata contro la casa di Cupertino ed alcuni sviluppatori di software per Android.
Il primo allarme è apparso lo scorso 17 dicembre sul Wall Street Journal. E diciamola tutta: non ci voleva una laurea per capirlo. L’accusa sarebbe quella di un business di oltre trentacinque miliardi di dollari (una cifra da capogiro) volto a violare la privacy dei cittadini e a divulgare le loro informazioni personali (come l’id, il numero di telefono, la localizzazione del telefono, il sesso, l’età, i gradimenti) senza chiederne il consenso.

Nel mirino ci sarebbero, tra gli altri, TextPlus (popolare applicazione iPhone per inviare messaggi gratis), Pandora (applicazione per l’ascolto di musica per Android e iPhone), il gioco PaperToss, il social network per iPhone dedicato alla comunità gay Grindr. The Weather Channel, Dictionary.com. E chissà quanti altri ancora si nascondo negli Store virtuali.
Siamo stati tutti vittime incoscienti di questo sistema a vantaggio delle società pubblicitarie e lo abbiamo avallato noi stessi, considerando i due piatti della bilancia: meglio “avere” qualcosa subito a fronte di un “dare” futuro e invisibile, avranno pensato gli utenti.

Gli orsi si acchiappano col miele. E “gratis” (“free” per gli inglesi) è la parola magica. Altan una volta ha scritto: “Non sarà che tutti muoiono perché è gratis”?

Apple e Google hanno minimizzato, dichiarando che si è trattato di una svista. Dichiarazioni ridicole se si tiene conto che ben 45 delle 101 applicazioni prese in esame sono risultate ree. La pubblicità, hanno inoltre chiarito i due colossi, non ha arricchito le loro casse, bensì altre aziende.
Se questa pubblicità è l’anima del commercio, questo commercio andrà all’inferno.

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