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Le cento pietre miliari del cinema di animazione, per appassionati e non

È uscito da poche settimane un libro sul cinema d’animazione che farà la felicità degli appassionati ma servirà soprattutto a chi storce il naso davanti a certi “cartoni animati” commerciali.
Il libro si intitola “Animazione in cento film“, è edito da Le Mani Editore per la sua collana di Storia del Cinema, e è scritto da tre esperti a vario titolo di cinema e animazione: Marco Bellano, Giovanni Ricci e Marco Vanelli.
Gli autori hanno selezionato fra la produzione storica di film d’animazione cento pellicole esemplar: dai film pioneristici ai film d’autore, dai successi di pubblico colossali ai film che rappresentano cinematografie nazionali meno conosciute.
Tanti titoli sono rimasti fuori per forza di cose, ma la carrellata di titoli presenti dà un’idea precisa dell’arte dietro il cinema d’animazione e del ruolo di questo nel cinema mondiale.
Abbiamo parlato del libro e, in generale, del cinema d’animazione con uno degli autori: Marco Bellano, professore di musica negli audiovisivi all’Università di Padova e esperto in particolare di animazione giapponese.

Come e quando nasce il progetto per questo libro?
Il progetto generale nasce da una collana di libri di Le Mani già in corso da tempo. L’idea di prendere in mano il progetto è venuta a Marco Vanelli, il direttore di “Cabiria”. È un esperto del cinema di Walt Disney, e ha dedicato diversi numeri della rivista (che si chiamava “Ciemme”, un tempo) all’animazione. Collaborai anch’io con “Ciemme” proprio per un numero (il n. 150, il più venduto in assoluto a oggi) dedicato a Hayao Miyazaki e al suo “Il castello errante di Howl“. Marco Vanelli si è fatto avanti con Le Mani, che pubblica attualmente “Cabiria”, e ha coinvolto anche me e Giovanni Ricci, un collega e amico, esperto di animazione come di fumetti. Di questi ha una collezione impressionante e in costante crescita.

Era importante la prospettiva storica, e quindi l’ordinamento cronologico delle schede dei film, piuttosto che un ordine alfabetico da enciclopedia?
L’ordinamento cronologico è stata una decisione naturale. Ricordo che un giorno ho detto ai colleghi: «È ora di mettere in ordine cronologico i film». Gli altri, senza fare obiezioni, mi hanno detto: “Pensaci tu”. E così ho fatto, non ho mai avuto dubbi in proposito. Del resto, la collana ha l’intestazione “Storia del cinema”. Un’altra ragione è che, secondo me, il limite di cento film è troppo stretto per offrire un vero approccio enciclopedico.

È anche un modo per suggerire al lettore una lettura lineare da capo a piedi. Si sta facendo un discorso più generale sulla Storia, piuttosto che una critica dei singoli film.
Sì. Del resto, proprio essendo consapevoli dell’ordinamento cronologico, in molte schede abbiamo inserito anticipazioni su futuri sviluppi dell’animazione, come se appunto si stesse compiendo un percorso attraverso la storia, passo dopo passo ma con la coscienza di trovarci a scrivere dal punto di vista “privilegiato” della contemporaneità. Ripeto, è stato un approccio che ci è venuto decisamente naturale. Forse perché siamo abituati tutti e tre a guardare al cinema soprattutto con occhio storico.
[PAGEBREAK] Esiste, a tuo parere, un problema nel riconoscimento delle tecniche di animazione come forme d’arte?
Esiste a livello di quell’entità misteriosa eppure onnipresente chiamata “pubblico generalista”. Esiste dunque soprattutto a livello di ricezione, secondo me.
In Italia, per via del modo in cui per anni l’animazione è stata venduta, è ancora valida l’equazione: animazione uguale film per bambini e/o film iperdinamici basati solo su gag e citazioni (specialmente da quando è iniziata l'”epoca Dreamworks”).

Attenzione però: questo problema riguarda soprattuto l’animazione occidentale, specialmente quella di matrice statunitense. Se andiamo poi a camminare su un altro terreno minato, quello dei pregiudizi sull’animazione giapponese, i pregiudizi come sai diventano ben altri. Anche in questo caso il pubblico occidentale mette in discussione l’autorevolezza della tecnica.
Io ho cercato di accennare, nel libro, a questo problema dei pregiudizi e alle loro cause. Ho scritto qualcosa a riguardo nella scheda del film “The Disappearance of Haruhi Suzumiya“, per esempio. In quella scheda si analizzano le cause di alcuni pregiudizi che vanno a ledere l’autorevolezza dell’animazione giapponese, di quell’estetica specifica e ben identificabile. Alcuni prodotti vendono più di altri, quindi acquistano visibilità e inducono le masse a pensare che l’industria non produca altro che quello. L’animazione giapponese sembra allora solo appariscente, dalle trame vuote, e persino sessista nella rappresentazione della figura femminile. Sono pregiudizi che circolano, ma in realtà sono indice di ignoranza. Si fermano a un dato superficiale.

Come ribadiamo più volte nel libro, l’animazione è un insieme di tecniche. Queste tecniche sono a disposizione di molteplici industrie dell’animazione dislocate ovunque nel mondo, così come di artigiani solitari. La tecnica mantiene intatta, in ogni caso, la sua autorevolezza artistica. Il giudizio sull’uso che se ne fa, invece, dovrebbe essere una questione separata.Insomma: cos’è che definisce l’animazione, cosa la distingue dal cinema “dal vivo”? Apparentemente niente, se guardi una striscia di pellicola. Nemmeno il fatto di vedere immagini disegnate, piuttosto che foto di pupazzi, può essere un indizio definitivo: per esempio esistono animazioni di fotografie di esseri umani (le tecniche cosiddette di “pixillation”).La differenza allora sta nella quantità di decisioni che può prendere l’autore. Nel cinema dal vivo, il controllo dell’autore ha vari limiti: dall’individualità degli attori, all'”automatismo” dell’azione di ripresa che scatta 24 fotogrammi al secondo; nell’animazione, invece, io autore decido i legami che intercorrono tra immagine e immagine. Metto in relazione una sola immagine con la successiva, cercando di condividere con il pubblico la relazione che ho creato.

Tornando all’aspetto storiografico di cui parlavamo prima, è inevitabile notare come ci siano state pietre miliari che hanno ispirato le generazioni successive di animatori. Il pregiudizio, e il marketing che vi si adegua, sono una minaccia per questa “discendenza”? Esiste/resiste ancora una lezione nella generazione contemporanea più giovane?
La minaccia esiste ma non impedirà che molte altre pietre miliari vengano alla luce. L’animazione si appoggia, per comunicare, alle industrie del cinema, della televisione e adesso dei nuovi media. Queste traggono forza vitale dalla vendita: è chiaro che se il pubblico domanda un certo tipo di prodotti, l’industria si adeguerà.
L’animazione soffre forse, in Occidente, di un confronto sproporzionato con il cinema dal vivo, per via dell’associazione erronea di tecnica e genere cui accennavo prima. Il pubblico crede che l’animazione sia per bambini o giovani fracassoni? Benissimo, e chi siamo noi per smentirli? Diamo loro ciò che si aspettano. Nelle nicchie di questo sistema, però, troverà comunque spazio una minoranza di autori che potrà dar voce alle proprie necessità espressive.
[PAGEBREAK] Scendiamo nel dettaglio. Questione “Disney”: nel libro ci sono quasi tutti i Classici più importanti. Fra i film dell’ultimo decennio, invece, a rappresentare la rinascita di uno studio d’animazione in crisi avete scelto “Rapunzel – L’intreccio della torre” piuttosto che “La principessa e il ranocchio”, che nel 2009 segnò il ritorno all’animazione tradizionale da tempo abbandonata. Come mai questa preferenza?
Perché eravamo d’accordo nel considerare “La principessa e il ranocchio” un film riuscito in qualche modo peggio di “Rapunzel”. Era un film di maniera, troppo pieno di cliché, di stereotipi disneyani e di qualche forzatura, parlando di tenuta emotiva della storia. Anche tecnicamente, nonostante l’aspetto sgargiante, non era all’avanguardia. Bisogna guardare oltre i colori ricchi, gli effetti speciali.

È notizia di poche settimane fa che la Disney abbia annunciato nuovamente, come già fece una decina di anni fa, di abbandonare l’animazione tradizionale in favore della computer graphic [CG].
Pessima decisione, ovviamente. Lo stile Disney è legato al disegno animato. È anche vero che i contenuti possono essere veicolati indipendentemente dalla tecnica. Esistono, per esempio, molti film dal vivo che possono dirsi puramente disneyani. Ma Disney è partito dal disegno. “Tutto è cominciato con un topo” [come era solito raccontare Walt Disney, ndr], no? E quel topo era disegnato. Rinunciare al disegno animato significa rinunciare a queste origini, in un certo senso, e svuotare sempre più di significato quel marchio, “Disney”. Un termine che oggi è praticamente un aggettivo, ma in realtà è il cognome di una persona realmente esistita. Le politiche dell’azienda sembrano quasi voler invitare le nuove generazioni a non capire questo. Il nome “Walt” ormai viene sistematicamente omesso nell’attività promozionale dell’azienda. Del resto, come spiego nel libro, è indubbio ormai che l’eccellenza tecnica nel disegno animato, per quanto possa sembrare strano, è oggi appannaggio del Giappone. Anche nell’ambito delle produzioni televisive. Si riscontra nel disegno animato un rapporto efficienza/qualità più alto. Altri paesi possono raggiungere livelli altissimi, come la Francia. Non con l’efficienza mostruosa del Giappone, però. La computer graphic è sempre di più caratteristica degli Stati Uniti. Sta diventando, secondo me, una sua cifra culturale. Specialmente una certa estetica della CG, guidata dalle stilizzazioni Pixar che hanno fatto scuola.
[PAGEBREAK] Un commento sui film d’animazione della passata stagione.Cominciamo con…
Lasciami cominciare da un cortometraggio. Che grande soddisfazione e delusione al tempo stesso “Paperman”, della Disney!

La soddisfazione è comprensibile. Delusione perché?
Soddisfazione perché è la cosa di maggior valore artistico che hanno sfornato nell’ultimo decennio. Delusione perché non avrà seguito, è evidente. La tecnica che hanno escogitato per “Paperman” è eccezionale. È un’innovazione di cui si dovrebbe far tesoro, ma non sarà così. Oscar meritatissimo, comunque [per il miglior cortometraggio originale, ndr]. Al contrario di “Ribelle”, invece.

“Ribelle – The Brave”, della Pixar, ha vinto l’Oscar come miglior film d’animazione ma in effetti non ha riscontrato un grande entusiasmo della critica.
Un film imbarazzante. È una storia debole. Incredibile che abbiano deciso di farne un lungometraggio. Manca della lucidità, della brillantezza di altre opere Pixar. Un’ombra sul futuro dello studio? Non saprei. La notizia di nuovi sequel all’orizzonte non fa essere ottimisti [al momento dell’intervista non era ancora stata confermata la produzione di un ennesimo sequel, “Finding Dory”, ndr]. John Lasseter, il fondatore e direttore creativo della Pixar, alla Mostra di Venezia del 2009 dove venne premiato con il Leone d’oro alla carriera, si arrabbiò educatamente con un giornalista, che appunto parlò di crisi delle idee e rifugio nei sequel. Rispose che le loro idee sono talmente ricche da non esaurirsi in un solo film, e quindi da necessitare sequel.

“Le 5 leggende”, della DreamWorks Animation.
“Le 5 leggende”, al pari di “Ralph Spaccatutto” (Disney), è fra i film d’animazione migliori della stagione. Non abbiamo potuto inserirlo nel libro, alla pari di altri Dreamworks interessanti come “Dragon Trainer”, per semplici motivi di spazio. Esistono due anime della Dreamworks, mi sembra: una più commerciale; l’altra di ricerca. Per carità, non è che si tratti di chissà quali ricerche sperimentali… Semplicemente, trovano gli spazi giusti per fare narrativa animata di qualità, grazie agli introiti delle opere sbracate e madornali eredi di Shrek. Con un rapporto che, non so, forse è di 1 a 5? Ogni cinque sicuri successi commerciali salta fuori un film interessante.

Tripletta stop-motion: “Frankenweenie” di Tim Burton (Disney), “ParaNorman” (Laica), e “Pirati! Briganti da strapazzo” (Aardman).
Mi manca “ParaNorman”, devo recuperarlo al più presto. “Pirati!” non mi è sembrato eccezionale. Tim Burton era inferiore alla sua media. Però devo dire la verità: le produzioni americane di maggior circolazione, da lungo tempo non riescono a sorprendermi alla pari di certi lungometraggi giapponesi o film come il francese “La tela animata” di Jean-François Laguionie.

Laguionie e il suo ultimo film “La tela animata” non sono stati inseriti nel libro.
Mi è dispiaciuto non poterlo avere nel libro, ma non si faceva in tempo. “La tela animata” è un capolavoro straordinario. È visibile molto forte l’influenza della scuola francese. Il riferimento a “Le roi et l’oiseau” mi sembra chiaro, in alcuni momenti.

Concludiamo tornando al libro. Sui film più “antichi” come vi siete regolati? Ce n’è qualcuno a cui sei più affezionato?
Era inevitabile che a scandire i primi primi decenni fossero in larga parte i Classici Disney. Io però sono affezionato a “Il principe Achmed” (1926), la prima scheda del libro, o anche ai meno antichi come il già citato “Le roi et l’oiseau” di Paul Grimault e Jacques Prévert, o lo sconvolgente “Barefoot Gen” [storia di un bambino che sopravvive al bombardamento atomico di Hiroshima del 1945, dettagliatamente raccontato nel film, ndr]. Mi ha perseguitato per settimane… non penso lo riguarderò mai più.

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