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Le licenze Creative Commons

Come ormai i nostri più affezionati lettori sapranno, la tutela delle opere dell’ingegno, regolata in Italia dalla legge sul diritto d’Autore, attribuisce una serie di diritti (morali e di sfruttamento economico) che durano per tutta la vita dell’autore, fino a 70 anni dopo la sua morte. La tutela, che trova la propria giustificazione nell’esigenza di retribuire l’autore per lo sforzo creativo e garantirgli un incentivo alla produzione futura, nel nostro Paese è attuata da una società (S.I.A.E.), la cui attività consiste principalmente nella gestione e intermediazione dei diritti scaturenti dall’ingegno creativo della persona.

L’avvento di internet ha tuttavia posto l’urgente l’esigenza di individuare ed introdurre nuovi meccanismi di protezione dei diritti degli autori, che possano essere al passo coi tempi e con gli strumenti del mondo virtuale.

È così nato, nel 2000, all’interno delle Università di Harvard e Stanford, un progetto volto a creare forme giuridiche ed economiche capaci di tutelare gli autori attraverso strade alternative alle licenze “All rigth riserved” (“Tutti i diritti riservati -all’autore-”).

Si è così giunti alla creazione delle licenze Creative Commons, che accompagnano l’opera con la dicitura “Some rigth riserved” (“Alcuni diritti riservati –all’autore-”). Ciò sta a significare che, su tali opere, gli autori si riservano solo alcuni diritti (some) e non tutti (all) quelli che il diritto d’autore normalmente attribuisce.

Le licenze Creative Commons, in altre parole, permettono al creatore di contenuti di conservare non la piena proprietà intellettuale, ma solo alcuni specifiche prerogative.
Si consente così la diffusione e la condivisione delle opere, senza violazioni della normativa sul diritto d’autore. L’intenzione è quella di rendere il diritto di accesso alla conoscenza collettiva un nuovo diritto universale, da porre a base di un modello di sviluppo, nel quale vengano sapientemente bilanciati, da un lato gli interessi economici dei creatori e dei distributori di opere intellettuali, e dall’altro l’interesse collettivo all’accesso ai nuovi beni digitali.

Nella pratica, le licenze Creative Commons offrono l’utilizzo dell’opera a patto che vengano rispettate alcune condizioni. Tali condizioni vengono di seguito esemplificate:
1) L’uso dell’opera è consentito nella maniera più ampia a ciascuno. L’utente può copiarla, distribuirla o semplicemente mostrarla, a condizione che tali utilizzi menzionino sempre la paternità dell’opera, in modo chiaro e non equivoco (criterio dell’attribuzione);
2) L’autore può permettere agli utenti di servirsi della sua opera purché non venga usata con fini di lucro (criterio dell’attribuzione non commerciale);
3) L’autore vieta solo che la propria opera venga modificata o alterata (criterio dell’inammissibilità delle opere derivate);
4) L’autore permette che l’utente possa modificare la propria opera, ma le copie generate devono essere distribuite con la medesima licenza dell’originale (criterio della condivisione allo stesso modo) e non dunque con forme “All right riserved“.

Tali licenze permettono: al destinatario finale (l’utente) di servirsi dell’opera gratuitamente e, contestualmente, agli artisti di autoprodurre e controllare la propria creatura (poiché, come abbiamo appena visto, possono riservarsi alcuni diritti e cedere permessi).

Tale situazione in cui gli artisti rilasciano licenze autonomamente mediante Cretative Commons non è però compatibile con il tradizionale sistema del mandato S.I.A.E., giacchè la società in parola riscuote i diritti d’autore che le vengono affidate mediante un mandato di carattere esclusivo.

Il 18 maggio 2009, la “Creative Commons Italia” ha organizzato un convegno tenutosi a Bologna dal titolo: “Le frontiere Creative della cultura: verso un accordo Creative Commons/Siae?”
Il titolo del convegno esprime tutte le problematiche e le difficoltà che sorgono dell’interazione del sistema tradizionale con quello permissivo.

Oggi, gli autori in Italia si trovano di fronte ad una scelta: mantenere inalterati i diritti previsti dalla legge tradizionale, negando la possibilità di far circolare legalmente la propria musica, senza approfittare del passaparola connesso, oppure incoraggiare il pubblico a condividere e a far circolare le opere. Qualora scelgano l’opzione tradizionale, si iscriveranno alla S.I.A.E. Diversamente, rilasceranno le proprie opere con una licenza libera Creative Commons, rinunciando tuttavia ai servizi della S.I.A.E.

Sempre più artisti oggi scelgono licenze alternative al classico “Tutti i diritti riservati”. È diffuso infatti il convincimento che ciò permetta di promuovere meglio le opere, consentendo ad un pubblico più vasto di apprezzarne lo sforzo artistico, con un evidente guadagno in termini di immagine.

Il dicembre scorso, a Roma è stata ufficializzata la costituzione del gruppo di lavoro, composto da rappresentanti della S.I.A.E. e da esponenti del gruppo di lavoro “Creative Commons Italia”.
Il gruppo ha lo scopo di individuare forme in cui agli autori che hanno optato per il rilascio delle proprie opere con licenze libere, riservandosi gli usi commerciali, possano comunque affidare alla S.I.A.E. la raccolta e distribuzione dei guadagni.

Rimaniamo in attesa di evoluzioni.

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