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Occhiali poco a fuoco

Arrivano alla prova della lunga distanza i bresciani con gli occhiali, dopo una lunga serie di singoli, split ed EP distribuiti anche all’estero, e che all’estero guardano come ispirazione e direzione. Il precedente album infatti non era altro che una raccolta di quanto di meglio era uscito a loro nome sul piccolo formato. Nel frattempo il duo è diventato un sestetto, il che non può che giovare sia alla fase di stesura che a quella live, data la bellezza degli arrangiamenti anche per più strumenti con la quale i nostri si sono sempre confrontati.

È con l’idea di avvicinarsi ad un vero e proprio debutto che si preme play su “Plaskaplaskabombelibom”, uscito per l’etichetta di proprietà del gruppo, oltre che in formato digitale a libera offerta sul loro sito. La prima sensazione è quella di avere a che fare con un lavoro molto ben curato e prodotto, soprattutto se messo a confronto con quanto fin qui ascoltato, fatto da attribuire anche all’ampliamento sia dell’organico che delle collaborazioni in studio. Purtroppo, come contro, dispiace assistere alla perdita di un po’ di quella freschezza fancazzista che caratterizzava i precedenti lavori, che avvicinavano molto di più i LMALL a quella che è la loro scena di riferimento, ovvero il twee pop nordico.

Non si parla di cedimenti drastici, comunque. L’impianto è sempre quello di un pop di matrice filo-beatlesiana, con atmosfere per lo più giocose e scanzonate come in “A Summer Song” o “Apples”, che con le loro melodie rimangono appiccicate addosso fino a lasciarsi fischiettare anche dopo pochissimi ascolti. Saltellano gli arrangiamenti di strumenti classici a fianco di suoni sintetizzati sulle ritmiche quasi sempre semplici ma affidabili, delineando l’atmosfera giocosa che però troppo spesso va a discapito della riuscita dei pezzi, rendendoli macchiette ben arrangiate, ma in fondo prive di corpo, come con “Se På Stjärnorna” o “Supermarket For Superman”.

I livelli, infatti, tornano alti come in passato solo quando è la malinconia a sostituirsi alla giosità, in brani come “The Lunch Boy” o “I Can’t Get Anything”, a dimostrazione del fatto che la scrittura viene premiata di più quando alla necessità di impressionare ed essere canticchiati si sostituisce una più (apparentemente) reale urgenza espressiva, facendo tornare in mente anche i vecchi brani e le intense esibizioni live.

Dispiace constatare come, al momento di dimostrare di essere diventati grandi i Le Man Avec Les Lunettes abbiano realizzato un mezzo tonfo che, pur senza risultare fastidioso, lascia l’amaro in bocca per quello che avrebbe potuto essere. Al voto finale possiamo aggiungere due +, ma più per fiducia che per altro…

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