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Le mosche danzano e preannunciano disastri

06/07/2008
History repeating.
Il sole continua a infuocare le tende e la sveglia suona regolarmente alle 9. Breve colazione e un lungo coma all’ombra per riprendersi. Alcune mosche si avvicinano e, studiandone il comportamento, viene pronunciata una frase che si stamperà indelebile sull’edizione 2008 del fest: “Mi sa che sta per piovere”.

Anche oggi si inizia presto. Alle 14.45 gli Herfst aprono le danze senza lasciare particolari ricordi del loro passaggio.
La gente inizia ad ammassarsi, sul palco salgono i francesi Hacride con il loro “groove metal”, misto tra un’infinità di generi tra cui thrash, heavy, death e metalcore. Buona la presenza scenica con canzoni che si rivelano molto catchy .
Tocca agli Evergrey, un gruppo che da anni esegue sempre le stesse canzoni. La loro prestazione risulta quindi discreta ma poco varia: non mancano brani dall’ultimo album e altri da “Inner Circle” (2004), come “A Touch Of Blessing” e “More Than Ever”, ma il loro spettacolo resta non particolarmente degno di ricordo o considerazione.

Segue il power dei Brainstorm, decisamente apprezzati da un pubblico ancora poco numeroso davanti al palco, forse per il caldo eccessivo o forse perché tra poco arriveranno i Koorpiklaani e le energie vanno preservate. L’esibizione, inficiata dalla pessima acustica del fest, cresce d’intensità a mano a mano che i suoni si stabilizzano mentre anche il pubblico inizia a farsi più consistente. Ma in un set che risulta nonostante tutto ben suonato, l’impressione finale è di un’eccessiva e malriuscita tendenza ad emulare nomi ben più blasonati della scena, Iced Earth su tutti.
Arrivano le 18. Il tasso alcolico tra gli astanti è alto ma non eccessivo e c’è molta attesa per quello che si preannuncia il più scanzonato e divertente live dell’intero festival, quello dei finlandesi Korpiklaani, che fanno il loro ingresso tra kilt e microfono bardato con finte corna di cervo. Snocciolano brani da “Spirit Of The Forest” e “Voice Of Wilderness”, come “Cottages&Saunas” e “Journey Man”, e, nonostante la mancanza della most-wanted “BeerBeer”, scatenano un pogo eterogeneo di saltelli, gente a braccetto e piccole danze improvvisate. Certo, per quanto composta da discreti strumentisti, la band svetta soprattutto per ritmo e folklore, peculiarità capaci di a far ballare e divertire proprio tutti. E così, anche chi di norma assiste ai concerti silenzioso e composto, si ritrova qui a muovere il piede a tempo se non addirittura a saltellare. Chiude il lotto la magica “Happy Little Boozer” sulla quale si creano cerchi danzanti e un trenino saltellante che, partito dalla “zona stage”, raggiunge le collinette e attraversa la festosa marea di persone sotto al palco (chi scrive, ovviamente, era nel bel mezzo del trenino! – ndr).
Inizia a piovigginare, il cielo è nero… e tornano in mente le parole del mattino…

… giunge il momento dei Behemoth, la band più cattiva e sacrilega del MetalCamp 2008.
Goccia.
Gocce.
Secchiate di acqua fredda cadono su quel di Tolmin: una vera e propria tempesta si abbatte sulle teste degli inermi spettatori che, in un fuggi fuggi generale, cercano rifugio nei posti più disparati, chi sotto gli alberi, chi nei bagni chimici, chi nel gazebo delle bancarelle.
Solo i più fedeli restano immobili davanti allo stage mentre Nergal & C. proseguono il loro spettacolo, fino a quando, cambiati gli strumenti fradici di canzone in canzone, si vedono costretti ad annullare il live, causa pericolo cortocircuito.
L’area campeggio viene totalmente devastata, scene apocalittiche con tende volanti e gazebo che crollano sotto il peso dell’acqua. Fango e disperazione ovunque… fango… e lotta!
Nessuno si demoralizza, ma il festival subisce un fortissimo ritardo e cambio di planning.
Aspettando che la tempesta finisca, proseguono i preparativi per l’esibizione degli Helloween. La pioggia continua a scendere, ma smorzatasi di intensità, i cinque tedeschi possono salire sul palco e regalare allo stoico pubblico rimasto nel pit un concerto piuttosto vario durante il quale fanno capolino vecchie hit, in verità non ben interpretate da Andi Deris, e canzoni relativamente nuove (“If I Could Fly”) in cui il singer riesce a dare il meglio di sé. Dopo aver chiesto a tutti i presenti se fossero in salute o meno, ed aver così introdotto “Doc. Stein”, due enormi zucche iniziano a gonfiarsi, Andi si cambia d’abito optando per una giacca con cilindro e bastone dal pomello bianco e il gruppo chiude la propria apparizione in terra slovena con “Halloween”, ricordata in seguito più per la scenografia che per l’importanza artistica.
Il festival prosegue.
[PAGEBREAK] A causa del mal tempo, viene annunciato che gli Opeth si esibiranno sul secondo palco.
Qualcuno, ascoltata la comunicazione, inizia a pensare ad un’atmosfera più intima e quindi ad una resa migliore del concerto, ma le aspettative vengono deluse. Già nel pomeriggio si avevano notizie delle pessime condizioni fisiche di Mikael Akerfeld, e l’annullamente dell’intervista aveva alimentato le voci di una probabile defezione del gruppo in serata. Per (s)fortuna, la band svedese si presenta sul palco. I suoni, manco a dirlo, sono pessimi: la batteria è troppo alta e, vista l’attitudine “pestarola” di Axe, il “drumming” diventa un problema serio nelle prime canzoni della scaletta con una voce che viene coperta in più punti dagli strumenti. Le precarie condizioni di Mike portano gli Opeth verso un repertorio di media difficoltà tecnica nel quale si segnala tuttavia la non facile interpretazione di “Heir Apparent”, dall’ultimo album. Cercando di intrattenere il pubblico, che esonda dall’area dedicata al secondo palco, il gruppo propone anche brani da “Deliverance” (“Wreath”, tra gli altri) dove il growl raggiunge standard accettabili e il nuovo chitarrista, Friedrik Akesson, passa a pieni voti il confronto con il precedente, Peter Lindgren.

Oramai completamente inzuppati, non resta che attendere lo spettacolo dei Ministry, che, di lì a poco, non si esiterà a definire eccezionale!
La presenza scenica è insuperabile, con i chitarristi che non stanno fermi un attimo e Al Jourgensen “tamarro” al punto giusto, bardato e in linea con il suo microfono. Tra voce distorta e chitarre pesantissime, sostenute da una batteria violentata senza pietà, si riversano sulla gente brani pieni di energia come “Stolen”, “No W”, “Just No Fix”, il tutto accompagnato da video al limite della controindicazione epilettica proiettati a tempo di musica e cattiveria belluina. Pubblico in delirio! Il gruppo resuscita i morti di sonno e alcool che si gettano in danze scoordinate lungo due ore di show di industrial pesantissimo in cui spiccano hit quali “LiesLiesLies” e “Thieves”.
Chiudono con una commovente “Over The Rainbow” lasciando tutti senza parole e con un bellissimo ricordo.
Stanchezza diffusa.
Blackout cerebrale.
See you tomorrow!

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